“La burocrazia esasperante non ha lasciato scampo a mia figlia”. Sono state queste le prime parole della madre di Noa subito dopo la morte della figlia, secondo quanto riportato da “Il Messaggero”.

La vicenda della diciassettenne olandese che si sarebbe lasciata morire a seguito di una complicata storia di violenze e disturbi psichiatrici la conosciamo tutti. Il caso, subito bollato come eutanasia dalla maggior parte dei media, sembrerebbe più complicato di quanto non sia apparso in un primo momento.

Potremmo discutere in prima battuta sul termine eutanasia, chiarirne e delimitarne l’orizzonte di senso. Lasciarsi morire perché esasperati dalla sofferenza e dalla malattia.

Questo il modo in cui lo intende la maggior parte di noi. A guardar bene ecco l’oggetto della struggente questione. A guardar meglio però, partendo proprio dalle parole della madre, dietro alla scelta di Noa ci sarebbe una lunga storia di emarginazione.

Ci sarebbe la solitudine di una ragazza che ha dovuto lottare contro “liste d’attesa per le cure psichiatriche” lunghissime. Contro un sistema burocratico in cui gli ospedali sono relegati al rango di aziende che devono far quadrare il bilancio.

Stuprata a 14 anni, ridotta ad un mucchietto di ossa dall’anoressia, stremata dalla lotta contro un sistema che quasi mai guarda ai volti, facendo sì che questioni e scelte etiche rimangano meri intellettualismi.

Noa alla fine ha scelto nella solitudine marginale di chi è stato dimenticato di rinunciare anche al cibo. In eredità ci restano le foto sui social di un corpo martoriato dai tormenti psichiatrici e un’inchiesta del ministero della salute che, forse, sarebbe dovuta arrivare prima.