Le aree di emergenza degli ospedali siciliani sono in sofferenza, sia per la cronica mancanza di personale che per l’inconsueto “utilizzo” del servizio da parte dell’utenza, che non esita a raggiungere il Pronto Soccorso per qualsiasi malore. Un’apprezzabile percentuale di questi si presenta con patologie da primo approccio presso i medici di medicina generale.

«La grave crisi organica che coinvolge i nosocomi italiani ed in particolare le aree di emergenza urgenza, ossia i pronto soccorso, necessita di un immediato e straordinario intervento legislativo del nostro Stato». Lo ha affermato Carmelo Pollara, vice presidente della commissione sanità dell’Assemblea Regionale Siciliana.

Il deputato, che in Aula guida il gruppo dei  “Popolari e Autonomisti”, ha sollevato il velo su una delle criticità più impattanti per l’utenza che si rivolge alle strutture sanitarie, attraverso il Pronto Soccorso.

Oltre ai tempi biblici d’attesa, nelle aree di emergenza c’è una cronica carenza di personale medico e sanitario, come, d’altronde,  in tutti i reparti dei nosocomi.

«La carenza di Medici di Pronto Soccorso ha portato – afferma Pollara – le singole Regioni ad adottare soluzioni “tampone” e “palliative” come ad esempio l’impiego di medici in pensione e di medici militari».

In Sanità occorre un intervento legislativo strutturale che non sia orientato solo all’immagine, né dispendioso e di poca sostanza.

Secondo il ragionamento del deputato regionale si dovrebbe partire  dalle previsioni contenute nel DL Calabria, che di fatto ha commissariato la sanità regionale calabrese e la medicina generale (ove si è introdotta la possibilità di utilizzo degli specializzandi in reparto).

La Regione Siciliana, di concerto con lo Stato,  potrebbe avviare l’iter per approvare una Legge che permetta di utilizzare gli specializzanti delle scuole Mcau (Medicina e Chirurgia di Accettazione e d’Urgenza).

Ciò consentirebbe la loro strutturazione presso le stesse Asp o Aziende Ospedaliere nelle quali operano, che coprirebbero così i costi della scuola di specializzazione.

Pollara, calcolatrice alla mano, contabilizza il costo che lo Stato deve sostenere per un anno di specializzazione, con attività sul campo, ovvero utilizzando i giovani medici nei vari reparti, come avviene nei Policlinici universitari: 30 mila euro, per ogni medico, a fronte dei 60 mila euro, utilizzando medici “in affitto”, a prestazione.
«Il cospicuo risparmio ci permetterebbe, persino, di reinvestire in una ulteriore borsa di specialità», chiosa il deputato.

Sarebbe una modo per fidelizzare, fin dall’inizio, i medici ai reparti – magari con una clausola che l’impegni a non ricercare lavoro all’estero, se pur meglio retribuito – e per avvicinare la sanità italiana agli standard europei.

Percorsi formativi alternativi, quindi, alla rigida programmazione universitaria, che prevedono una formazione sul campo come nel resto avviene in tutta Europa.

Tuttavia, le proposte e i buoni propositi di Pollara, rivolte al governo nazionale, non bastano, almeno fino a quando non si attuano i percorsi di integrazione ospedale-territorio.
La politica deve intervenire autorevolmente anche sulla gestione della medicina di base.

Un esempio tra tutti sarebbero gli accessi al Pronto Soccorso del “Madonna SS. dell’Alto”. Nel 2018 sono state effettuati circa 6100 triage.
Di questi 4700 classificati in codice verde (intervento differibile, poco critico, assenza di rischi evolutivi e di pericolo di vita) e 130 in codice bianco (non urgente, non critico, possono essere visitati dal medico di medicina generale).

Delle 4830 prestazioni, in codice verde e bianco, nell’80 % circa sarebbero state riscontrate patologie da “medico di famiglia”. Nell’infinitamente piccolo petralese, che è un presidio in area disagiata (molto!) si riscontrano questi dati.
Negli altri nosocomi, soprattutto nelle aree metropolitane, si attuano percorsi virtuosi di integrazione ospedale-territorio? Quanti utenti si rivolgono al Pronto Soccorso, classificati in verde e bianco? Prima di raggiungere gli ospedali hanno consultato il medico di famiglia? Che risposta e assistenza hanno ricevuto?

Nel periodo estivo le criticità delle aree di emergenza si acuiscono, per ovvi motivi. Uno di questi è il diritto, del medico di famiglia, di concedersi un periodo di ferie.
Cosa accade quando chiude l’ambulatorio? Chi si occupa dei loro pazienti? Nella migliore delle ipotesi il medico ha un sostituto, la continuità assistenziale in quell’ambulatorio è garantita.

Nella peggiore, lo consente la Legge, il medico di famiglia “scarica” gli assistiti, per il periodo di riposo, al collega con cui è convenzionato. Nel caso comune di due massimalisti, ovvero con 1500 assistiti a professionista, chi resta dovrebbe occuparsi di 3 mila assistiti.

Molti di questi preferiscono “vedere cosa mi dicono al pronto soccorso”, intasandolo.

L’onorevole Pollara e i suoi colleghi della deputazione regionale, sono disposti a mettersi contro la casta dei medici di famiglia, magari mettendo a rischio la propria rielezione?

Qualunque ragionamento verrà considerato serio e sostenibile all’indomani dell’approvazione di una riforma epocale, partendo proprio dalla “base”.