È tornata “arricchita” Francesca Spitale, 25 anni di Gangi, dal suo viaggio in Burkina Faso, dove ha portato  la sua professione di ottico mettendola “a servizio” della gente del luogo e delle necessità del Paese. Con sé ha portato anche 500 occhiali rigenerati dall’Ottica di famiglia, tre valigioni pieni di farmaci donati dalla comunità madonita e tanto entusiasmo per un’esperienza voluta con determinazione, nonostante le notizie non sempre rassicuranti che arrivano da questi Paesi africani.

Ed anche se inizialmente è partita non senza paure, i timori di Francesca si sono presto dissolti, grazie sicuramente alle persone con cui è entrata in contatto. La giovane gangitana, dopo essere atterrata in capitale, ad  Ouagadougou, si è poi spostata nella città di Ziniaré, ospite di un convento di suore votate all’Immacolata Concezione. Qui, ha lavorato effettuando controlli e visite oculistiche ed ortottistiche presso una clinica gestita dalle stesse suore.

Francesca è partita  grazie alla collaborazione con l’associazione SolidAid Socialcare onlus di Bologna, che da 10 anni costruisce pozzi d’acqua in questi territori aridi.

Noi l’abbiamo contattata telefonicamente per raccogliere la sua esperienza.

Francesca, hai avuto dubbi o paure iniziali?
«I dubbi legati al fatto che si conosce un Burkina Faso troppo catastrofico, soprattutto da quando è scomparso un ragazzo (i primi di gennaio, ndr). Un timore iniziale c’è stato, ma questo non mi ha impedito di portare avanti la mia missione. Porti con te la voglia di dare qualcosa di tuo a quella popolazione».

La parola “missione” ricorre spesso nel racconto di Francesca, perché – dice – chi va in Burkina Faso ci va con la consapevolezza di compiere una missione, quella di portare le proprie conoscenze e professionalità e di metterle a servizio dei burkinabé, che sono un popolo “avido” di conoscenze.

Cosa ti ha colpito subito?
«Povertà ovunque: ci sono case di fortuna fatte con mattone e lamiera, piccolissime. Non ci sono palazzi, nemmeno nella capitale, figuriamoci in periferia. Nella capitale atterrano solo 3 aerei al giorno, questo dà la misura di quanto movimento di persone ci sia in questo Paese. Chi va in Burkina Faso va solo per fare volontariato e negli ultimi anni il numero dei volontari è diminuito».

Quali erano le attese all’inizio?
«Non mi aspettavo granché ma non mi aspettavo tutto ciò. Immaginavo povertà ma non a questi livelli: case fatte con paglia e assenza di acqua e luce, che per noi sono “ovvi”. Noi siamo abituati a molti agi, lì è difficile che il pozzo sia vicino casa, anzi è spesso distante 5 km e ogni giorno bisogna andare anche più volte al pozzo e tornare. Io ho bevuto acqua in bottiglia, ma non tutti possono berla, i più bevono acqua del pozzo.
L’associazione con cui sono partita ha come obiettivo quello di fare pozzi, che potrebbe sembrare una cosa superflua ma lì, in realtà, è di fondamentale importanza. In 10 anni ha costruito 85 pozzi, di cui 15 nell’ultimo anno. La costruzione di pozzi avviene soprattutto nelle zone periferiche e la cosa bella è che il lavoro impiega gente del luogo. Il dott. Volta (presidente della SolidAid Socialcare onlus, ndr) si occupa di questa missione».

Come ti sei trovata durante la permanenza?
«Non ho avuto alcuna difficoltà perché sono stata accolta come una persona di famiglia. Ho alloggiato nel convento delle suore dell’Immacolata Concezione. Le suore, lì, fanno un bene incredibile: ognuna ha un lavoro, una professione che trasmette alla gente. Così c’è la suora agricoltore, la suora insegnante, la suora oculista, la suora meccanico, che ha persino assunto, non senza sacrifici, 22 persone del luogo con l’obiettivo di dare loro un lavoro ed insegnare un mestiere per farli crescere. Contrariamente a quanto si dice, e cioè che i burkinabé sono gente pigra, posso dire che, invece, sono molto curiosi e con grande voglia di imparare».

Nel convento si è allestita un’area per la maternità, una per la farmacia, un dispensario (come pronto soccorso). C’è pure un orfanotrofio che ospita circa 200 bambini da 2 mesi di vita a 15 anni di età.

Cosa facevi durante il giorno in Burkina Faso?
«In Burkina, ogni giorno si lavora per la comunità, dalle 7.30 fino a quando finiscono le visite. C’è una media di circa 50 persone al giorno ed una mole di lavoro che non mi aspettavo. Nell’ambulatorio misuravo la vista ed eseguivo gli esami. Nel pomeriggio, con ambulatorio chiuso, mi occupavo della sistemazione degli occhiali e della loro catalogazione. Dov’ero io c’era una suora oculista del Burkina, che ha studiato fuori ed è tornata per esercitare la sua professione e trasmettere il suo sapere».

Qual è stata la parte più bella di questa esperienza?
«Fare formazione ai burkinabé. Con me c’erano tre persone: una suora giovane che aiutava, non aveva ancora una specializzazione per cui faceva un po’ di tutto, e due infermieri con una formazione generica. A loro ho fatto formazione facendo vedere delle slide e spiegando il mio lavoro. È stata un’esperienza molto bella. La popolazione del Burkina ha tanta voglia di imparare».

Tornerai in Burkina Faso?
«Certamente. Consiglio a tutti di andare. Ognuno che va lì ha una missione: trasmettere il proprio sapere. Un architetto stava costruendo un piccolo pronto soccorso. Quattro donne di Faenza, tutte pensionate, si sono portate dieci macchine da cucire e hanno insegnato a 25 donne  a cucire. Certo le nozioni base, ma in dieci giorni, queste donne hanno imparato questo mestiere. In un giorno sono riuscite a fare un vestito a sacco.
Quello che loro desiderano è aumentare le loro conoscenze, c’è fame di conoscenza perché c’è arretratezza, anche nell’informazione. Lì non c’è un negozio ma delle piccole baracchine dove la gente compra e vende».

Cosa ti ha lasciato?
«Mi ha arricchito perché vai lì senza la consapevolezza di cosa sia la povertà e lo spreco e invece, tutto quello che per noi è futile per loro è ricchezza. È un popolo che vuole apprendere ed avere un riscatto».

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