Si chiama “Impianti rifiuti Sicilia” il dossier redatto ed elaborato dall’ingegnere Anita Astuto per fare il punto sulla situazione dei rifiuti in Sicilia. Un  lavoro che, come  ha dichiarato Gianfranco Zanna, presidente di Legambiente Sicilia, nasce dalla volontà di dare un contributo significativo al tema rifiuti.

Un contributo che arriva proprio in un momento cruciale che vede la nostra Regione uscire dall’assetto emergenziale durato decenni in vista dell’approvazione del Piano Regionale di Gestione Rifiuti, il primo in via ordinaria. un “piano ponte” per i prossimi tre anni, che rimanda ad altra data decisioni scottanti.

La raccolta differenziata, su una media nazionale del 55,5% raggiunto nel 2017, vede la Regione Siciliana fanalino di coda con una media del 22%, ben al di sotto dell’obiettivo nazionale del 65% prefissato dal d.lgs. n. 152/2006 e dalla legge 27 dicembre 2006, n. 296 da raggiungersi nel 2012.

Tuttavia nel 2018 si è registrato un trend positivo per i primi nove mesi del 2018, come comunicato dal Dipartimento Acqua e Rifiuti della Regione Siciliana che ci fa ben sperare.

Dai dati ISPRA (riferiti al 31.12.2017) su una produzione totale di rifiuti su scala regionale di 2.299.125 tonnellate, la quantità di rifiuti differenziati (RD) si attesta a 498.630 tonnellate, mentre sono ben 1.795.700 le tonnellate di rifiuto indifferenziato (RI) che vanno a smaltimento insieme a 4.795 tonnellate di ingombranti.

Vale a dire che la RD in Sicilia nell’ anno 2017 si attestava al 22% e – di questa ridotta percentuale – il 40,6% era costituito dalla frazione organica, quasi il 10% del rifiuto totale.

Peraltro il rifiuto indifferenziato prodotto in Sicilia non può essere definito Rifiuto Urbano Residuo perché di fatto più che di “residuale” – vale a dire ciò che ancora non è differenziabile perché tecnicamente non riciclabile – è appunto “indifferenziato” – vale a dire ciò che i siciliani ancora non vogliono differenziare o che i Comuni si ostinano a raccogliere in modo indifferenziato, nonostante gli obblighi di legge.

In tema di discariche, nel Piano si prevede un ampliamento per quelle esistenti da una capacità (ad ottobre 2018) di circa 3.000.000 di metri cubi a 10.000.000 di metri cubi.

Senza considerare i 2.800.000 di metri cubi di una discarica che potrebbe sorgere a Centuripe. E l’individuazione nei prossimi sette anni di cinque siti alternativi.

A questi dati oggettivi si aggiunge la vaghezza in merito agli impianti di recupero energetico (inceneritori), la cui ipotesi di realizzazione non viene esclusa anzi si demanda nello specifico alle AdA o chi per esse: dunque si riapre agli inceneritori e si lascia la decisione alle autorità territoriali.

«Dalle analisi effettuate – sottolinea Anita Astuto – emerge una impreparazione del territorio ad intercettare tali frazioni in un circuito virtuoso fatto di Centri Comunali di Raccolta (CCR) con annessi centri per il Riuso».

Ma anche di raccolte a domicilio, di convenzioni dei Comuni con i consorzi di filiera – per i rifiuti urbani, ma anche di piattaforme consortili per la gestione dei rifiuti di imballaggio provenienti da attività economiche, infine di impianti industriali con soluzioni tecnologiche innovative.

Per quanto riguarda gli impianti per il trattamento della frazione organica la pianificazione su scala regionale richiederebbe l’impegno di analizzare, caso per caso e territorio per territorio, il fabbisogno e la relativa capacità impiantistica – attuale e in divenire – così poi da dotarsi dei soli impianti necessari, evitando di prevedere lunghi spostamenti di rifiuti e con le scelte tecnologiche più sostenibili.

Per consultare il dossier di Legambiente è possibile CLICCARE QUI.