Massimo Costa è professore ordinario di scienze economiche, aziendali e statistiche dell’Università di Palermo. All’indomani della dirompente intervista che Alessandro Baccei ha rilasciato a Live Sicilia abbiamo chiesto a Massimo Costa di fare il punto critico sulla situazione in cui versa la Regione Siciliana.

Il quadro che emerge è desolante, anche in considerazione del fatto che mamma Stato fa valere continuamente sulla figlia Trinacria la sua forza contrattuale per frodarla.

Il primo responsabile della Questione Finanziaria Siciliana, secondo Costa è lo Stato, che ha trasferito alla Sicilia delle funzioni il cui costo è superiore a quello delle entrate che sono trasferite alla Regione.

L’economista definisce incostituzionali tutti gli “accordi” che sono stati sottoscritti con lo Stato negli ultimi anni, compreso quello spuntato dal governo Musumeci.
Accordi propedeutici a dei Decreti che portano la firma finanche del presidente Mattarella che non «ha obiettato alcunché» sulla continua violazione, a danno dei siciliani, della Carta Costituzionale.

L’intervista rilasciata da Baccei lo scorso 30 gennaio rappresenta un altro po’ di benzina sul fuoco e il siciliano si chiede: ma se il numero per sua definizione è neutro, oggettivo, uno dei due sbaglia. Secondo Lei qual è la reale situazione della Regione Siciliana?
«La Regione Siciliana per un verso è in condizioni di squilibrio strutturale, perché lo Stato nel tempo le ha passato funzioni il cui costo è superiore a quello delle entrate che sono state trasferite alla Regione. In altri termini lo Stato ha usato la sua maggiore forza contrattuale per frodare la Sicilia.
Che le spese e il personale della Regione siano superiori alla media nazionale, però, è soltanto un mito, smentito dai numeri. Per rafforzare questo mito si paragonano di solito il numero degli impiegati della Regione (che da noi svolge le funzioni che altrove svolgono i dipendenti statali) con quelli delle altre regioni, le quali si occupano solo di sanità e poco altro; oppure si computano come trasferimenti statali gli stessi tributi che lo Stato raccoglie in Sicilia e poi (in parte) riversa alla Sicilia stessa, come se “venissero dal Nord”. E il gioco è fatto.
Detto questo, però, la Regione, sebbene ingessata dalla spesa corrente, non corre reali rischi di default. Da circa dieci anni a questa parte sta risolvendo il problema (o lo sta risolvendo “allo Stato”) tagliando i servizi alla cittadinanza, gli investimenti, la spesa pubblica, i trasferimenti agli enti locali. In altri termini i conti della Regione siciliana sono relativamente al sicuro, ma a fallire è la Sicilia intera, che non a caso è avvitata in una recessione senza fine. Del resto va anche detto che in passato, quando i latrocini dello Stato erano a più bassa intensità, la spesa pubblica non brillava certo per efficienza, sebbene anche lì la mitologia superasse la realtà, spesso qui non peggiore di quella generale d’Italia o del Mezzogiorno».

Conferma l’affermazione che Crocetta trovò una Regione fallita nella quale mancavano tre miliardi per chiudere il bilancio?
«No. È vero che la crisi finanziaria della Sicilia viene da lontano, dai primi anni ’90, quando sulla stessa si cominciò a stringere una manovra a tenaglia sempre più stringente. Basti pensare a una data, il 1994: l’anno dello scippo del Banco di Sicilia. Ma Crocetta, come tutti gli altri Presidenti della Regione, non poteva attaccare frontalmente lo Stato, che è il primo responsabile della Questione Finanziaria Siciliana, e quindi trovava più comodo attaccare il predecessore che, seppure troppo timidamente, aveva sollevato (magari sull’onda della Rivolta dei Forconi e solo sul finire della legislatura) la Questione. No, la Sicilia non stava fallendo prima di lui. O, se era in difficoltà, era per i troppi crediti (verso lo Stato, mai riscossi) e non per i troppi debiti».

E sul riproposto argomento del riaccertamento straordinario dei residui qual è la sua opinione?
«È una vicenda dai contorni ancora oscuri, sulla quale si dovrebbe far luce soprattutto per debito di verità alla storia e ai siciliani, anche perché gli effetti di quel riaccertamento li stiamo pagando e li pagheremo noi nei prossimi decenni. Non mi riferisco a specifiche responsabilità, che non spetta a me individuare. Ma, ai tempi, una persona a me vicina mi trasmise l’elenco ufficiale dei residui attivi cancellati. Mi colpì che questo elenco definiva con esattezza il debitore e la causale solo per quelli di pochi euro, mentre per miliardi di crediti di natura tributaria non era specificato l’accertamento nei confronti di chi fosse stato preso e lo spazio per la causale dell’annullamento era incredibilmente in bianco! Ho sempre sospettato che quei crediti fossero verso lo Stato, e che in un pomeriggio di agosto 2015 la Regione Siciliana abbia regalato circa 6 miliardi di soldi nostri a uno Stato in difficoltà. Per appurarlo con certezza, tuttavia, ci sarebbe voluta una bella indagine della Corte dei Conti, che – a quanto pare – non ha però obiettato nulla. Non so che pensare. Ragion di stato? Resta il fatto che, a causa di quella cancellazione mega-galattica di tributi che qualcun altro ha incassato al posto nostro, noi siamo andati in disavanzo e che questo disavanzo lo paghiamo ancora, ci prendiamo anche la beffa dei giornali che titolano “sconfitta la Regione”, e – quel che è peggio – la fiscalità di svantaggio e l’austerità che ne derivano stanno condannando la Sicilia alla devastazione economica e alla marginalità, in tutti i sensi».

Gli accordi con lo Stato ai quali si riferisce Baccei hanno effettivamente migliorato la situazione della Regione siciliana?
«Hanno concesso qualche modestissimo spazio finanziario per chiudere qualche bilancio. In cambio di questo abbiamo legittimato il dirottamento dei principali tributi dalla Regione allo Stato, senza che lo Stato compensasse alla Regione le minori entrate, abbiamo quindi approvato decreti attuativi che tradiscono la lettera e lo spirito dello Statuto, abbiamo rinunciato al gettito anche dei contenziosi che ci vedevano vincere in Corte Costituzionale. Abbiamo addirittura barattato (ma lo potevano fare?) il potere legislativo dell’Assemblea “impegnandoci” a fotocopiare le leggi dello Stato, ci siamo impegnati a fare tagli lineari a tutta la spesa pubblica. Diciamo che, in piccolo, con quegli accordi lo Stato si comportò con la Sicilia come la Trojka si è comportata con la Grecia. Con i medesimi effetti devastanti.
Non credo sia possibile fare un accordo peggiore per noi di quello che fu siglato nell’epoca Crocetta-Baccei (ma anche Crocetta-Agnello a dire il vero). Però – in onestà – devo dire che costoro non furono e non sono soli in queste scelte. Il Governo Musumeci, appena eletto, ha ratificato uno di quegli accordi, quello sull’IVA, in Consiglio dei Ministri. Stiamo parlando di accordi incostituzionali, si badi.
E – sempre a proposito di accordi incostituzionali – dobbiamo ricordare che i decreti che ne sono derivati, altrettanto incostituzionali, oltre che gravemente pregiudizievoli degli interessi della Sicilia, portano la firma persino del Capo dello Stato, che – come ben sappiamo – non è un notaio neutrale sulle questioni di costituzionalità. Ebbene, neanche lui, così solerte quando sono in gioco determinati valori che gli stanno molto a cuore, sull’oppressione della Sicilia e sulla continua violazione a nostro danno della Carta Costituzionale, ha obiettato alcunché».

Quale è il la sua opinione sulla gestione del Fondo pensioni della Regione che come è noto potrebbe costituire una soluzione altanto necessario ricambio generazionale ?
«Non sono un esperto di problemi attuariali e previdenziali, però penso che il Fondo Pensioni non sia il bancomat di una Regione che non fa valere i propri diritti. Esso serve per le pensioni dei Regionali e non dovrebbe essere toccato. Sbagliò Mattarella, tanti anni fa, ad aggredirlo. Bene fece Lombardo – va detto – a ricostituirlo. È un vero e proprio ente previdenziale a sé, e che va tenuto integro. Esso, se ben amministrato, potrebbe progressivamente inglobare la previdenza di altri lavoratori pubblici e un giorno lontano, perché no, anche di quelli privati, dando alla Sicilia autonomia previdenziale. Però deve essere messo in condizioni di lavorare e tutelato dalla troppa ingerenza della politica.
Quanto al ricambio generazionale, è indispensabile. È vero che pensiamo tutti a una pubblica amministrazione snella e professionale, ma quella che ci vuole ci vuole. Abbiamo bisogno di concorsi, nella sanità, nell’università, in qualificati ruoli degli enti locali e della Regione. Concorsi, non stabilizzazioni di eterni precari».

E in merito alla ben nota questione dei forestali quale è la sua posizione?
«Preferirei non rispondere, ma non voglio esimermi. Sono il frutto avvelenato dell’assistenzialismo della I Regione, ormai superato. Si tratta, per fortuna, di una sacca ormai in età relativamente avanzata e ad esaurimento. Vero è che ci sono tante balle al proposito: non è vero che li mantiene l’Italia, li paghiamo noi, dalla nostra IRPEF; non è vero che sono 24.000, ma -considerata la stagionalità- equivalgono a meno di 7.000 effettivi.
Ma è anche vero che si tratta di un modello economico sbagliato, che dovrebbe semplicemente sparire.
Gli operai della manutenzione del territorio (anche il nome di “forestali” è sbagliato, così come l’assurdo e ricorrente paragone con il Canada) e gli operai antincendio forse appartengono a una di quelle funzioni che può ben essere privatizzata, con maggiore profitto, attraverso un sistema di appalti e di mirati controlli. Sugli attuali forestali va studiata una norma transitoria, che tuteli le loro famiglie, sulle quali non possiamo oggi scaricare il peso dell’assistenzialismo passato. E, per chiudere questa brutta pagina, Stato e Regione dovrebbero mettersi insieme a collaborare.
Ma vorrei dire anche una cosa “brutta” su di loro: non sono solo vittime, sono anche in parte responsabili. Alle ultime elezioni regionali qualcuno tentò loro di prospettare soluzioni coraggiose, di rompere col passato, di essere la militanza di una Sicilia nuova.
Hanno scelto il vecchio, il clientelismo. Hanno creduto in una impossibile stabilizzazione a tempo pieno per tutti, e ora ne stanno pagando le conseguenze. Questo lo dovevo dire. Comunque – come detto – è un modello da superare, per sempre. La Sicilia ha bisogno di guardare avanti, di trovare lavoro ai suoi giovani che scappano, non solo di guardarsi indietro e leccarsi le ferite. Penso che persino i forestali stessi, che hanno figli disoccupati, comprendono quello che voglio dire».

Ritiene che sulla abolizione delle province il Governo Crocetta abbia operato nel modo più strumentale agli interessi complessivi del territorio isolano?
«Basta farsi un giro per le scuole senza manutenzione e senza riscaldamento, ovvero dare uno sguardo al pietoso stato delle strade provinciali, la cui manutenzione ricorda la caduta dell’Impero Romano, per trovare una risposta. Si è semplicemente adeguato a una manovra disposta dal centro, liberticida, contraria agli interessi dei Siciliani. Sturzo e Mineo vollero abolire le province non per fare tagli, ma per superare il centralismo prefettizio borbonico e sabaudo, e tornare così ai 20/25 “distretti” naturali del Regno di Sicilia. L’idea dei liberi consorzi nasceva da questo. Ora abbiamo solo un pasticcio disfunzionale e paralizzato. In tre casi pure con il vuoto nome di “Città Metropolitana”. Una metropoli senza soldi e che va ben oltre i confini dell’area metropolitana vera e propria. Che senso ha dire che Corleone o Gangi sono parte dell’Area Metropolitana di Palermo, o Caltagirone, che è distretto naturale a sé, di Catania, o i Nebrodi di Messina?»

Ed in ultimo Le chiedo come possano essere così divergenti le posizioni di due assessori all’economia che si definiscono tecnici?
«Perché a quel livello non esistono i tecnici. Il ruolo dell’assessore è un ruolo politico, ed è giusto che sia tale, anche se magari, per la funzione all’Economia, sono necessarie “anche” competenze tecniche. Baccei non era un tecnico come non lo è Armao. Baccei era un assessore del PD, anzi del PD toscano, spedito direttamente da Renzi a commissariare la Regione; Armao, ha sì qualche spazio di manovra in più, ma rappresenta Forza Italia e Berlusconi, dalla cui linea non si potrà né vorrà mai allontanare. Il problema è dunque che i politici siciliani devono seguire le direttive dei partiti italiani.
Ma, visto che gli interessi siciliani e quelli italiani sistematicamente e da sempre divergono, devono a un certo punto scegliere quale dei due padroni servire. E, per esigenze di sopravvivenza politica, scelgono SEMPRE l’Italia e mai la Sicilia. L’unica via d’uscita sarebbe che i Siciliani si dotassero in massa di un loro partito, come avviene quasi in tutte le regioni insulari europee che abbiano anche un’identità e interessi propri. Ma questo, almeno ad oggi, non è riuscito. Oggi il più grande partito siciliano indipendente dai partiti italiani è “Siciliani Liberi”, una piccola forza extraparlamentare. Finché resterà tale, la “dominazione” dei partiti italiani e lo scempio della Sicilia che ne deriva dormiranno sonni tranquilli».