“Scrivo a voi giovani”. Si tratta della seconda lettera pastorale dell’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, consegnata ieri ai giovani, sul sagrato della Cattedrale del capoluogo siciliano, in occasione della festa diocesana di inizio anno pastorale 2009/2010.

Di seguito il testo integrale.

 


Carissime, Carissimi,

Scrivo a voi, all’inizio di questo nuovo anno pastorale della nostra Chiesa di Palermo, indirizzandovi il mio saluto caldo e affeuoso. Voi, giovani donne e giovani uomini della nostra terra, siete nel mio cuore come figli amassimi, di cui sento la fatica, l’ansia, il dolore insieme alla voglia di vivere in pienezza.

La nostra condizione attuale – non ce lo nascondiamo – è certamente molto complicata, seppur ricca di grandi opportunità. Viviamo infatti in una società estremamente fluida, dove tutto sembra scorrere e cambiare ad una velocità impressionante.

Siamo immersi in un mondo molto simile ad un fiume senza argini, ad una terra priva di punti di riferimento. Fino a pochi decenni fa, tutto era molto più stabile e definito: ruoli, compiti, istuzioni. C’era più sicurezza, ma c’era anche poco spazio per l’espressione dei singoli, si dava poco rilievo alle relazioni interpersonali.

Mi rivolgo a voi, al di là di etichette e di categorie: a voi che vi affacciate alla vita più adulta, agli studi, all’università, e sente il futuro più come una minaccia che come una speranza; a voi che lavorate in condizioni precarie e a voi pronti per il lavoro e magari lasciati drammacamente ai margini di questo mondo essenziale per la vita: lavorare è un diritto, ci rende partecipi del dinamismo della creazione, della benedizione di Dio.

A tutti voi voglio parlare brevemente, oggi. Non ho intenzione di darvi consigli o di rivolgervi un’esortazione ma aprire così un dialogo con voi. Voglio semplicemente cominciare a parlarvi di me, dei miei anni giovanili. Ero un giovane irrequieto, dal carattere forte, che chiedeva molto alla vita.

Le mezze misure non hanno mai fatto per me. In quella famiglia larga, molto religiosa, dove c’erano tre figli, io ero l’ulmo arrivato e lottavo per trovare il mio spazio. Così la mia giovinezza è stata segnata da una ricerca radicale. Sono stato travolto da un’esperienza decisiva, da una passione.

Benedetto XVI non esita a chiamarla eros: l’eros di Dio, che è Cristo Gesù. In lui ho trovato l’amico, il compagno che sa rispettare e condividere gioie e fatiche del cammino della vita. Tutto questo mi accadeva in tempi apparentemente molto diversi dagli attuali.

Negli anni settanta del secolo scorso, per la prima volta, direi, nella storia dell’Occidente, i giovani si fecero avan, dissero agli adulti la loro voglia di cambiamento, arrivarono, anzi arrivammo nel mondo come protagonisti di una rivoluzione in fondo attesa, di un mutamento epocale.

Gli adulti e gli anziani di allora rimasero spiazzati, ma non riuscirono ad opporsi a quel movimento. Sapevano in fondo che era inevitabile. Il mondo nato dagli anni del dopoguerra e dalla società del benessere era strano, ingiusto, moralista, diviso tra Sud e Nord, tra Est ed Ovest.

Io appartengo a quella generazione, giovane o adolescente negli anni sessanta e seanta, che visse il sogno di un cambiamento radicale del mondo e della chiesa.

Ricordatevi infatti che tra i grandi eventi trasformatori di quegli anni – evento decisivo per me, per la chiesa, per l’umanità, evento i cui semi devono ancora maturare in pienezza – ci fu il Concilio Vacano II: la chiesa si definì dialogo accogliente e rigenerante con ogni donna e uomo di buona volontà.

Oggi le cose sembrano diverse. Quei giovani che noi eravamo, e che ora son diventati adulti o addiriura anziani, hanno spesso perso o tradito quelle speranze. La nostra alba sembra essersi mutata in tramonto. Ma vogliamo sostenere la vostra alba, la profezia di cui siete portatori.

Ci troviamo in mano un pianeta molto più deteriorato, ingiusto, pieno di squilibri, sfregiato dal presunto progresso: un mondo ferito e in pericolo. Ma noi adulti ci siamo chiusi in un’assurda fortezza, resistamo a consegnarvi il testimone che vi spetta.

Attesa era la nostra rivoluzione e, credetemi, attesa e necessaria è la vostra! I gemi che salgono dai poveri della terra, il grido di tutti voi privati del futuro richiama ai miei orecchi il grido disperato della creazione di cui parla Paolo nella Leera ai Romani: “La creazione stessa attende disperatamente il tempo in cui Dio manifesterà il vero volto dei suoi figli. Essa non è la sola. Anche noi gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la liberazione del nostro corpo” (Rm 8, 19-21).

Il vostro gemito, la vostra lotta sono assunti nella logica del Regno di Dio che preme per trasformare il mondo nella giustizia, nella pace, nella compassione. Il gemito e la lotta sono il segno di un mondo che finisce e annunziano un mondo nuovo che comincia.

Aver fatto riferimento sin da quegli anni alla figura e all’opera di Gesù di Nazareth mi ha donato questa visione delle cose, mi ha fatto capire che il grido dell’umanità, il vostro grido, esprime l’anelito della creazione. Soprattutto, Gesù di Nazareth mi ha consegnato, con la sua vita, con il suo Evangelo, una passione profonda per l’umano.

Lui ha amato la nostra terra, la nostra storia. Perché “essere crisani significa essere uomini”. L’ho appreso dai tanti giovani santi che hanno tesmoniato il Vangelo. A darmi questa lezione di “cristologia” fu, tra gli altri, un giovane teologo protestante, morto nel 1945 nel campo di concentramento nazista di Flossenbürg.

Si chiamava Dietrich Bonhoeffer e ha tesmoniato la sua fede fino all’effusione del sangue, in un momento della sua vita in cui Dio sembra assente, con una potenza tale che chi lo vide pregare prima che fosse impiccato si sentì di fronte ad un uomo che sulla soglia della morte era in un contatto profondo e in una posizione di assoluto abbandono al suo Dio.

Bonhoeffer pensava – e non l’ho più dimencato – che i cristiani devono andare a Dio per aiutarlo, per sostenerlo nella sua fragilità, la stessa delle donne e degli uomini piagati e abbruttiti nei campi nazisti. Salvare l’umano, mantenere l’umanità e farla vivere in un mondo che rischia il disumano, che si illude di andare al di là dell’umano: è questo il vostro compito oggi, amici miei.

Nulla di diverso da quello che provò a fare una giovane donna di ventinove anni in un altro campo di concentramento, in Olanda, a Westerbork, poi ad Auschwitz. Si chiamava Ester, per gli amici e i familiari Etty, Hillesum. Etty capisce che la resistenza all’orrore del nazismo passa anzitutto per la coltivazione operosa dell’anima, per la conservazione di un cuore umano, aperto, accogliente.

Scriveva: “Gli eventi sono diventati troppo eccedenti e troppo demoniaci per resistervi con il risentimento personale e l’amarezza […] Tu non puoi aiutare noi, ma siamo noi ad aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. […] Vivere è un bene ovunque, anche dietro il filo spinato […] purché si viva con l’amore necessario degli altri e della vita”.

Giovani che avevano scelto la fede non come consolazione, come rifugio, come porta dell’intimità, ma bensì quale pura via dell’umanità, dell’essere umani. Ne abbiamo bisogno. Ma come arrivare a tutto questo? Non riuscivo ad intenderlo. Noi credevamo – e c’è una parte di vero in tutto questo – che bisognasse cambiare il mondo con l’opera delle nostre mani.

E dunque ero tentato di vedere anche l’itinerario di Dietrich o di Etty come il frutto di un puro atto di forza e di volontà. Poi capii che non si tratta di un ideale da raggiungere, ma di un evento da cui farsi plasmare.

Un altro giovane mi indicò la strada. Era Francesco d’Assisi. Come iniziò la straordinaria avventura con Dio di questo ricco giovane? È Francesco stesso a raccontarcelo, scrivendo il suo testamento. Il principio di tutto per lui, che si è lasciato condurre dal Signore, è stato abbracciare il lebbroso. Il reietto, l’emarginato, colui che nessuno vuole, il diverso, il repellente. Direi soprattutto colui che è assolutamente privo di potere: relazionale, sociale, polico.

Il lebbroso è l’umano allo stato puro, nella sua povertà assoluta, nella sua radicale indigenza originaria. Francesco impara in questo incontro che cos’è il fondo dell’umano. Per questo la sua fede sarà tanto luminosa da giungere come una fiamma e una luce sino a noi.

Da giovane prete incontrai, tra gli altri, un giovane operaio di Modica, caduto da una impalcatura e rimasto del tutto paralizzato. Poteva muovere solo la testa. Il suo nome era Nino Baglieri. Quanto ho imparato da questo giovane uomo di fede!

Dopo anni di bestemmie e di disperazione, Nino infatt si convertì e divenne un punto di riferimento per migliaia di persone, che andavano ad ascoltarlo o leggevano i suoi testi scritti tenendo e muovendo la penna con la bocca.

Anche Nino aveva fatto l’esperienza radicale di una povertà vissuta fino all’estremo del dolore. Ma proprio assumendo questa posizione davanti al Crocifisso aveva ritrovato la speranza, la fede, la gioia di vivere. E che impressione mi faceva confrontare le mie piccole noie, le mie beghe, i miei fastidi, con la tesmonianza di Nino!

Venendo a Palermo, ho ritrovato questi semi della mia giovinezza nella vita e nell’incontro con don Pino Puglisi alla fine degli anni ‘80 nel comune impegno per i giovani.

Don Pino ci ricorda che il Vangelo è granitica fiducia nella rinascita possibile del cuore di ogni uomo che si accosta al sorriso di Cristo, lo stesso sorriso di don Pino, capace di generare incontro e di far germinare conversione, di far fiorire il deserto, di aprire i cuori alla vita e alla speranza.

Eccovi qualche traccia, qualche pensiero, qualche ricordo della mia gioventù, che ho il grande piacere di consegnarvi oggi. Insieme all’invito pressante a farvi avanti, a farvi spazio, ad essere custodi dell’umano.

Questo significa per me, anche, condividere con voi la mia passione per la “politica”, che è amore per la città degli uomini.

Negli anni della mia formazione, studiando la figura di un grande uomo politico divenuto un grande monaco – Giuseppe Dosse –, mi sono reso conto che non c’è salvaguardia e unificazione dell’umano fuori dalla città.

Per parte mia sono rimasto fedele al mio tempo giovanile, e connuo a credere che la città è il luogo in cui “costruire ponti dandosi la mano”.

Carissimi, “non pensate pensieri già pensa da altri” (p. G. Vannucci), non lasciate la politica al suo destino, non pensiate che non c’entri nulla con la felicità (e con la fede!). Lì dove c’è il povero escluso, il migrante cacciato, lì dove i corpi sono mercificati e scartati, lì dove la periferia della città diventa “periferia esistenziale”, lì siamo e siete attesi
dal compito della costruzione di un’umanità che non smarrisce l’umano, capace di cammini comuni, di strette di mano, di nuovi slanci, di attesa di nuove aurore, in vista del compimento del Regno.

La politica come amore nei confronti della città vi aspetta, carissimi! Preparatevi con la cultura dell’incontro, la cultura della formazione, la cultura del lavoro, la cultura della giuszia, della legalità e della resistenza a tutte le mafie, per poter ‘tradurre’ il mistero della Pasqua nei quartieri della città.

Ma soprattutto la chiesa ha bisogno di voi, della vostra genuinità, del vostro entusiasmo, della vostra spinta a donarvi con pienezza. La chiesa vi aspetta in questo momento di cambiamento epocale. Papa Francesco sta donandoci la chiave per leggere il Vangelo al di là di ogni pregiudizio, di ogni chiusura. E per questo il suo magistero incontra resistenze così forti, perché le strutture che abbiamo creato tolgono al Vangelo la sua forza rivoluzionaria.

Il richiamo di Papa Francesco all’umanità e alla condivisione è oggi un segno decisivo di contraddizione. Così come lo è il Sinodo dell’Amazzonia. Tutti appuntamenti in cui il Santo Padre cerca di riportarci al cuore dell’Evangelo della misericordia, parola che nel Vangelo significa ‘movimento delle viscere di una madre per il proprio figlio’, e cioè accoglienza per ogni donna e ogni uomo.

Carissimi, affrontate la vita e il futuro con Cristo, con il Vangelo. Affrontate la vita e il futuro assieme agli altri: con i credenti in Gesù, nella Chiesa; con i credenti di ogni fede; con ogni creatura e con tutti gli uomini di buona volontà.

Siate generosi con Cristo, come ci siamo detti nella mia prima Lettera pastorale: il giovane ricco, che non rinunzia alle sue ricchezze e alle sicurezze, dopo rimane triste… Leggete, riscoprite il Vangelo! Una pagina al giorno sia una fedeltà a cui non venire meno.

Vi prometto che se rimarrete in questa fedeltà, un giorno o l’altro senrete vibrare il vostro cuore dell’eros di Dio. E poi riscoprite l’Eucaristia! È la realtà più bella della storia. Come una cima che si fa fatica a raggiungere ma dà una prospeva nuova e luminosa sul mondo!

Permettetemi queste parole finali, che mi vengono dal cuore e che esprimono quel poco (o quel tanto) che il vostro vescovo può consegnarvi. Per il resto, voglio solo ascoltarvi e apprendere da voi. Il vostro vescovo vuole camminare con voi, perché è fratello e cristiano come voi, per voi vescovo e padre.

Da voi intendo accogliere il cuore e il coraggio del Vangelo, che vi appartiene, che vi chiediamo di portarci, che aspettiamo trepidanti.

Siate i nostri maestri sulla via di Gesù. Il vostro vescovo è qui ad imparare da voi.

Myriam, la giovane Figlia di Sion, chiamata a diventare madre di Gesù e madre nostra, renda la vostra giovinezza libera e feconda.

Via abbraccio. Dio vi benedica!