Che la Sicilia non fosse più la terra di confine dove quotidianamente Stato e mafia si scontrano a viso aperto, lo abbiamo acquisito ormai come un dato certo. Questo non significa che oggi non rappresenti più un pericolo reale.
Il fatto che non si spari, al contrario, alle volte è sinonimo di un radicamento nei tessuti sociali talmente profondo da non generare alcun tipo di obiezione.
La mafia si adegua ai veloci mutamenti della società civile mimetizzandosi ovunque ci siano interessi economici rilevanti.

La sfida – secondo il prefetto di Palermo, Antonella De Miro – è proprio quella di adeguare e modernizzare costantemente gli strumenti di lotta alle organizzazioni mafiose.

Nella sua intervista, apparsa sul Giornale di Sicilia di oggi a firma di Vincenzo Marannano, De Miro ha precisato come sia in corso “un’evoluzione che ha bisogno di silenzio e cerca di riconquistare ampie porzioni di territorio non più con la violenza ma con l’ammiccamento e la corruzione.”

Qui entrano in gioco misure cautelari come le interdittive che hanno l’obiettivo di mettere in luce i collegamenti che le attività di impresa possono avere, attraverso l’utilizzo di prestanomi, con le pubbliche amministrazioni.

Limitare l’infiltrazione mafiosa negli apparati dello Stato rappresenta, secondo il prefetto, la chiave di volta per una possibile ripartenza economica senza ricorrere a mezzi illeciti per eliminare la concorrenza.

L’analisi profonda delle strutture mafiose e delle reti malavitose con le altre organizzazioni, attraverso un lavoro di equipe tra le varie forze dello stato, è lo strumento principe di indagine della prefettura.

Occorre mettere in luce il modus operandi di quelle organizzazioni che hanno capito che è più utile mettere da parte la lupara.
Non fare più paura è il modo più efficace per acquisire consensi ed eliminare del tutto le reazioni avverse.

Il rischio grandissimo, oggi, è illudersi che la mafia sia stata sconfitta del tutto.

Lorenzo Catalano