“Quota 100” e “reddito di cittadinanza” sono state approvate, giovedì scorso, dal governo Conte con alcune modifiche rispetto alle prime versioni. Vediamole nel dettaglio.
La Quota 100 è un meccanismo di pensionamento anticipato che va ad abbassare i requisiti attualmente in vigore. Infatti, al momento per richiedere il pensionamento gli uomini devono raggiungere i 67 anni di età, mentre le donne 66 anni e 7 mesi, ed avere almeno 20 anni di contributi.
In alternativa, in base alla contribuzione, si può andare in pensione con 43 anni e 5 mesi di contributi per gli uomini e 42 anni e 5 mesi per le donne indipendentemente dall’età. La manovra abbassa la soglia ad almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi.
Da quando si potrà andare in pensione con il nuovo sistema di conteggio?

Vi sono differenze tra i dipendenti pubblici e quelli privati. Infatti, chi lavora nel settore privato, e al 31 dicembre 2018 ha già i requisiti, può andare in pensione dal primo aprile 2019; tutti quelli che, invece, matureranno i diritti a partire al primo gennaio 2019, potranno andare in pensione tre mesi dopo.

Per i lavoratori del settore pubblico, i tempi sono leggermente più lunghi. Infatti, chi ha maturato i diritti prima del 31 dicembre 2018 potrà entrare in pensione dal primo agosto 2019. Tutti gli altri dovranno aspettare sei mesi dal raggiungimento dei requisiti, e sono obbligati a dare un preavviso di sei mesi. I dipendenti nel settore scolastico dovranno sempre aspettare l’inizio del nuovo anno di lezioni, a settembre.

Il reddito di cittadinanza invece, la misura di punta della campagna elettorale del movimento 5 stelle, è un sussidio integrativo che dovrebbe permettere ai nuclei familiari con redditi inferiori a 780 euro di superare la soglia della povertà assoluta.

Il testo del decreto approvato dal governo calcola che a beneficiare della misura saranno circa 1,3 milioni di famiglie, per un totale di circa 5 milioni di persone, di cui il 53% residente nel Sud e nelle Isole, ed il restante 47% nel Centro Nord.
Da notare che la stima dei nuclei familiari che potranno ricevere il contributo è stata ridotta rispetto alla precedente bozza, in cui le famiglie titolari previste erano 1 milione e 700mila.

Non è presente nessun requisito di nazionalità, ma per richiedere il sussidio bisognerà essere residenti in Italia per almeno 10 anni, di cui gli ultimi due in via continuativa. Altri requisiti prevedano un ISEE inferiore a 9.360 euro ed un patrimonio immobiliare che non comprende la prima casa di abitazione fino a 30.000 euro annui.

Secondo quanto si legge nella bozza, il “reddito” avrà una componente fissa ed una variabile. La prima viene considerata un contributo all’affitto dell’ammontare di 280 euro per ogni famiglia beneficiaria.
Nel caso in cui la famiglia stia pagando un mutuo per l’acquisto della prima casa, il contributo si riduce a 150 euro. Quella variabile cambia in base alla composizione del nucleo familiare: 500 euro per i nuclei composti da un solo individuo (totale 780 euro); 600 euro per 1 adulto ed 1 minore; 700 per 2 adulti, fino ad un massimo di 1050 euro per famiglie con tre adulti e 2 minorenni.

Le domande per il sussidio potranno essere inoltrate a partire dal mese di marzo, con i pagamenti che dovrebbero iniziare il mese successivo alla presentazione della domanda, corredata da modello ISEE.

 

LA CONFERENZA STAMPA

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