Poco più di tremila euro – per l’esattezza 3008, 52 – come sanzione pecuniaria inclusiva di spese di notifica: è la somma che il Comune di Gangi dovrà restituire alla Città Metropolitana di Palermo, a seguito dell’ordinanza di ingiunzione 3908 del 2019 in qualità di obbligato in solido.

Lo si apprende dalla recente determina – la 263 del  2019 – a firma dell’ingegnere Cataldo Andaloro, responsabile del Settore Tecnico Lavori pubblici, Manutenzioni e Provveditorato del Comune, che spiega, punto per punto, le ragioni che vedono l’amministrazione cittadina responsabile di illecito amministrativo  per violazione del decreto legislativo 152/06 e, dunque, debitrice della somma.

Per capire cosa è successo, occorre tornare al 2018, anno in cui il Comune di Gangi, dotato di un impianto di depurazione dei liquami prodotti dal centro urbano, regolarmente funzionante e autorizzato dall’assessorato regionale all’Energia, ha affidato , nel mese di marzo, il servizio di gestione all’impresa “Francesco Rizzo” , subentrata alla s.r.l. “Alak”.

La gestione dell’impianto è infatti concessa  a ditte esterne qualificate a svolgere il servizio, a seguito dell’espletamento della gara con sistema di aggiudicazione a procedura aperta.

Nel corso del sopralluogo presso l’impianto, avvenuto il 30 del mese, sono stati rinvenuti dei lavori di manutenzione straordinaria, in fase di svolgimento, effettuati dal personale dell’impresa uscente, a carico del comparto di gestione dei fanghi di ricircolo e supero.

Nella stessa giornata, è stato riattivato il ciclo depurativo e i lavori sono stati completati.

Nei giorni successivi la ditta Rizzo ha trasmesso una Pec all’ARPA, comunicando che, proprio a causa degli interventi effettuati dalla società che l’aveva preceduta, l’impianto avrebbe potuto risultare deficitario rispetto agli standards depurativi richiesti.

Nella stessa data, a seguito della ricezione della nota, il personale dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della sede di Palermo si è recato presso il luogo interessato – l’impianto si trova in contrada Mulini – e, dopo i controlli,  ha redatto un verbale, trasmettendo la comunicazione di illecito amministrativo e proponendo alla Città Metropolitana di comminare la relativa sanzione.

Come viene specificato nella determina comunale, che reca anche la firma del responsabile del procedimento, il geometra Pino Sottile, l’amministrazione ha inviato alla Città Metropolitana, il 17 luglio scorso, i propri scritti difensivi, ai sensi dell’articolo 18 della legge 689/81 relativa al sistema sanzionatorio.

La risposta è arrivata il 17 aprile di quest’anno, con la notifica dell’ordinanza di ingiunzione.

Una vicenda che mette in luce le incongruenze nei sevizi di gestione degli impianti di depurazione dei liquami che riguardano le amministrazioni municipali.

In Sicilia, soltanto il 21 % della popolazione è servita da impianti di acque reflue; nel Mezzogiorno, la percentuale massima tocca il 51 %  e nel Nord cresce di dieci punti: numeri che sarebbe opportuno ricordare quando, da più parti, si invoca la valorizzazione delle risorse turistiche come principale volano dell’economia isolana.

Soprattuto nella parte orientale del territorio regionale, da Nord a Sud, sono molti sono i tratti di mare non balneabili per via di scarichi fognari e industriali: i Comuni di Catania e Augusta, in provincia di Siracusa, sono stati destinatari di multe salate da parte dell’Ue, per citare solo i casi più eclatanti, per via della gestione inadeguata delle acque di scarico cittadine.

Senza dimenticare che la Sicilia è una regione dove l’80 % degli abitanti, circa 5 milioni , scarica in mare o nel sottosuolo i liquami non depurati.