Nicola Patti è uno storico esponente della sinistra gangitana, docente in quiescenza di materie letterarie nei Liceo Scientifico di Nicosia e Gangi. Da giugno 1993 a novembre 1997 ha ricoperto la carica di presidente del civico consesso del Comune che sarebbe diventato uno dei Borghi più Belli d’Italia.
Il professore da qualche anno, in particolare dall’ascesa di Matteo Renzi segretario prima e premier dopo, ha manifestato apertamente il suo disagio, anche attraverso i social.
Dal “punto dirompente” in questi giorni è passato al punto di rottura compiendo il passo più doloroso della sua militanza politica. Le dimissioni dal Partito Democratico a cui aveva aderito con grande entusiasmo.

Ecco le motivazioni che hanno indotto Cocò Patti a lasciare il PD.

Cari amici e compagni.
Con la presente compio un passo doloroso della mia militanza politica: lascio la casa dove ho vissuto politicamente per un quarantennio. Ad essere sincero, non avrei mai immaginato di giungere a tanto per giunta in età avanzata.

Negli ultimi tempi ho tentato con molta sofferenza di resistere, aspettando di cogliere qualche segnale che mi potesse indurre a rimanere. Niente, anzi sono giunti ulteriori segnali negativi a tutti i livelli, nazionali, regionali e locali.
Il punto dirompente di questo mio disagio è iniziato con la segreteria prima e la presidenza del consiglio poi di Renzi. Sapevo che era distante dalla mie idee eppure, considerandolo abile e capace, per amore del partito, dopo la crisi Bersani e la non vittoria alle elezioni, gli avevo accordato la fiducia. Sono stato deluso da lui e dai renziani a me più vicini come l’on. Faraone e gli esponenti locali suoi seguaci.
Un primo impatto critico si è avuto al tempo della gestazione e dell’approvazione della legge 107 sulla scuola, dove ho potuto rilevare il comportamento falso dei protagonisti che dicevano di voler ascoltare, ma poi hanno tirato diritto per la loro strada non curandosi minimamente della contrarietà dell’intera categoria. Ho ritenuto in quel momento mettere a posto la mia coscienza critica e inquieta dimettendomi dal coordinamento, sperando ancora in un partito plurale e non monoliticamente appiattito su Renzi e i renziani.
Ma i giorni a venire mi hanno sempre più dimostrato vana la speranza. Ho provato sulla mia pelle l’impossibilità di esprimersi in dissenso e criticamente. Riconosco che talora le mie critiche si sono espresse con lo spirito che io ho definito, in risposta a chi me lo rimproverava, di “furore oppositivo”. Nel frattempo constatavo il fallimento dell’altra riforma sul lavoro, che pure avevo accettato in fase di formulazione nonostante un impianto che metteva a repentaglio certi diritti faticosamente conquistati dai lavoratori.
Il dramma della disoccupazione l’ho vissuto e lo vivo non solo politicamente, ma anche come padre. E questo mio stato d’animo l’ho spesso manifestato nelle riunioni, non ricavandone nessun cenno di comprensione dalla maggior parte dei compagni. Anzi privatamente mi è stato rinfacciato che il mio “furore” era dettato dalla mancata risposta al problema. Non sto a ripetere qui la nota contrapposizione in tema di riforma costituzionale e del relativo referendum, argomento che mi ha disilluso definitivamente sulle speranze che avevo riposte in Renzi. A livello nazionale non riesco più a sopportare questo muoversi del partito in funzione di una classe dirigente che ad oggi ha fallito, a mio giudizio, tutti i suoi obiettivi; men che meno riesco a tollerare questa incertezza, che forse incertezza non è, del campo in cui posizionare il partito.
Tralascio qualunque cenno alla situazione regionale provinciale e territoriale. Ed in ultimo, ma non per ultimo, il modo in cui il partito si è posizionato in merito alla tornata elettorale amministrativa. Nella vicenda di queste elezioni ho visto traditi i principi ed i valori di quella che è stata la vicenda politica amministrativa di cui io assieme ad altri siamo fieri, avendo determinato “una svolta epocale” nella storia politica amministrativa del nostro Comune. Li abbiamo traditi, senza una ragione valida.
Eppure la maggior parte dei dirigenti attuali del partito locale, perfino i più giovani, ne furono protagonisti. A tutto questo si aggiunga la mia rigidità nella fedeltà ai valori e soprattutto ad un valore, che so in politica non pagare, la coerenza. Perciò sono costretto ad andare e vado via anche perché ho visto mutazioni genetiche perfino in compagni che ho sempre stimato. So che a seguito di questo passo mi voterò ad una maggiore solitudine politica, anche se ho in mente qualche progetto per ovviare a quello che ho definito “il deserto politico di Gangi”. E’ più forte di me, perfino della sofferenza che questo distacco mi provoca.
Non so concepire la politica al di fuori del tessuto di valori, di idee, di visione del mondo con i quali bisogna essere intransigentemente coerenti. Non c’è tra queste idee la prassi ormai consolidata nel partito di rincorrere il presente, dimenticando il passato, contraddicendo spesso quanto affermato in precedenza ed inconsapevoli che per uno sviluppo futuro occorra un governo che rompa con le strutture che ci tengono legati all’esistente. Occorre un partito vocato a determinare un cambiamento vero, oserei dire rivoluzionario, che scelga come campo la soluzione delle ingiustizie, delle sperequazioni economiche, della povertà sempre più incombente, della soluzione ai gravi problemi ambientali che feriscono nostra madre terra, che dia dignità di vita a tutti ed ai giovani in particolare attraverso il lavoro, che tenga alta la lotta alle mafie ed alla pseudocultura mafiosa (argomento questo completamente silenziato), che sia rigoroso al suo interno con chi tradisce la legalità, che combatta la corruzione, che sappia coniugare politica ed etica.
Di un partito dove i suoi leader dirigenti non personalizzino ma sappiano mettersi al servizio e valorizzino al massimo gli strumenti di partecipazione vera. Non voglio salutarvi con la parola addio, quanto piuttosto con arrivederci. Perché, fatta eccezione per la piega degli ultimi anni, porto con me il ricordo del nostro stare insieme lottare soffrire e gioire assieme, della nostra dialettica costruttiva.
So anche di lasciare compagni validi, coi quali forse domani riprenderemo un cammino assieme. I miei sentimenti di amicizia rimangono comunque intatti nei confronti di tutti e mi auguro che anche in questa situazione non manchino occasioni di incontri e confronti.

Abbiamo chiesto una dichiarazione al segretario del cirlolo del PD di Gangi, Giandomenico Lo Pizzo, da poco eletto consigliere comunale.
«La lettera l’ha consegnata ad un iscritto – ha commentato Giandomenico Lo Pizzo, Segretario del Circolo PD di Gangi – due o tre sono le cose che posso dire, primo, che il PD non è un partito nato 40 anni fa, come dice Nicola, ma è un partito nato nel 2008, è quindi giovane, e raccoglie esperienze, storie, ma che vuole nello stesso tempo vivere la realtà moderna con nuovi strumenti, con una nuova visione, e con nuovi orizzonti».

«A Nicola, – continua Lo Pizzo – che comunque da un po’ era critico e distante, pur mantenendo la tessera, non posso che fare gli auguri di un proseguo dell’attività politica che sia intensa e foriera di soddisfazioni, perché lui sicuramente se le merita. Mi dispiace, ma non posso che prendere atto di questa decisione rispetto a un percorso che lui comunque non condivideva più da un po’ di tempo».