In comune avevano il coraggio, la capacità di scardinare convinzioni radicate e luoghi comuni coinvolgendo il popolo e la voglia di osare. Rosina Salvo e Concetta Mezzasalma non vissero nella stessa epoca: la prima nacque a Termini Imerese il 23 dicembre 1815, la seconda a Valledolmo circa un secolo dopo, l’8 novembre del 1920.
Malgrado il lungo arco temporale che le separava, combatterono contro il maschilismo, che agli inizi del secolo scorso era tutt’altro che un fenomeno sbiadito.

Le loro gesta sono state inserite nell’ opera “Donne di Sicilia” dello scrittore, sceneggiatore e ricercatore palermitano Santi Gnoffo che, da attento conoscitore delle tradizioni popolari siciliane e autore di studi storici, ha realizzato una carrellata di ritratti femminili di tutti i tempi, raccontando al dettaglio non soltanto la biografia delle protagoniste ma anche il loro tratto umano.

Donne unite dal filo rosso della sicilianità, talvolta provenienti dalle aree più aspre e disagiate dell’entroterra, alle quali l’autore dedica un tributo che si traduce in un invito, più o meno esplicito, rivolto anche alle siciliane contemporanee: trasformare le condizioni sfavorevoli di partenza, non ultime l’insularità e la marginalità geografica, in punti di forza, sfoderando forza e personalità, seguendo l’esempio delle illustri predecessore.

Edita da Qanat Edizioni, l’opera è arricchita dalla prefazione della compianta Rosanna Pirajno, docente universitaria e architetto tra i più autorevoli del panorama siciliano e nazionale, recentemente scomparsa : anche lei, originaria delle Madonie, amava rivendicare le radici castelbuonesi e “montanare”.

Chi erano, esattamente, Rosina Salvo e Concetta Mezzasalma?
Sinteticamente, furono rispettivamente una poetessa e una rivendicatrice ante -litteram dei diritti dei contadini, ma connotarle soltanto attraverso la loro attività poco o nulla racconta delle loro storie.

Rosina era figlia di un tenente colonnello e sin da piccola dimostrò di avere un carattere insubordinato e poco incline ad accettare le imposizioni.
Al contrario di molte donne dell’epoca, godette di una condizione familiare relativamente progressista:  perse la madre da adolescente e si accostò ancora di più al padre che, pur essendo un simpatizzante monarchico, aveva idee liberali.

Insieme al fratello Rosario venne cresciuta dai nonni paterni e fu proprio il nonno a trasmetterle quell’amore per la poesia che l’avrebbe accompagnata da adulta: ricevette una cultura raffinata e iniziò a cimentarsi con la scrittura componendo pensieri satirici.

Entrata come educanda in un chiostro, venne allontanata dalle altre suore per via del temperamento ribelle e dell’ironia pungente in versi che riservava loro.
Non tollerò mai la clausura, le rigide regole del convento, l’ozio della vita quotidiana e, per queste ragioni, il padre la affidò, a Messina, alle cure di Madame De Chateneuf, gentildonna francese colta ed evoluta.

Rosina Salvo fu una donna liberale, in prima fila per la lotta al bigottismo e al conservatorismo, distinguendosi per l’impegno politico e sociale che si esprimeva soprattutto attraverso l’insegnamento alle donne del popolo ma anche con i comportamenti adottati nella quotidianità: andava in giro da sola, usava mezzi di trasporto all’epoca utilizzati solo da uomini e prendeva lezioni di equitazione.

Ebbe sì un marito e dei figli, ma non volle mai essere ostacolata nello svolgimento delle attività che più amava: il consorte, molto più vecchio di lei,  l’ex seminarista Gioacchino Muzio Ferrero, era un uomo colto e possedeva una vasta biblioteca alla quale Rosina si dedicò con passione, cercando di superare il dolore per la morte di tre dei quattro figli avuti.

Economicamente autonoma, si separò da marito e, da Palermo, tornò a Termini Imerese con la figlia dalla famiglia d’origine: un modo di agire inusuale a quel tempo.

Per lei, furono anni di intenso impegno letterario: dal 1840 in poi fu molto prolifica nella pubblicazione di liriche e nella collaborazione con il giornale progressista “La Ruota” .

Era convinta che l’assenza di un forte impulso rivolto al compimento di grandi imprese in Sicilia fosse determinato da un’insensata ammirazione verso le cose esistenti e che l’ottimismo rivolto alle condizioni economiche e culturali dell’isola fosse solo un’illusione.

Rischiò l’arresto per le idee risorgimentali manifestate con l’utilizzo dell’espressione “itala donna” che insospettì la polizia borbonica e l’aristocrazia italiana che bloccava qualsiasi forma di innovazione e la diffusione clandestina di documenti che promuovevano le idee mazziniane.

Il suo romanzo “Adelina” del 1845 , che influenzò moltissimo Giovanni Verga, narrava di una donna emancipata che amava un esule polacco: un modello femminile esplicitamente in antitesi rispetto alla condizione femminile di quegli anni.

L’impegno politico fu costante negli anni successivi e venne declinato quasi esclusivamente al femminile: al netto del cappellano, suo amico personale, la “Legione delle pie sorelle” da lei fondata , era formata da oltre mille associate, divise in centurie, con gruppi di donne che svolgevano opere di carità, impartendo inoltre le prime nozioni di lettura e scrittura alle indigenti.

Le militanti si autotassavano e raccoglievano così i fondi per le loro attività, supportando i poveri, le vedove, gli orfani e le spese da destinare all’istituto dove le ragazze analfabete erano introdotte all’istruzione, considerata la condizione di partenza per emancipare le donne.

Malgrado le difficoltà legate all’arretratezza e la breve vita della Legione, non si trattò affatto di un esperimento inutile, anzi: se molte donne presero coscienza dei propri diritti, fu proprio grazie a Rosina Salvo, deceduta appena cinquantenne nel 1866.

Dal territorio termitano a quello dell’entroterra, Gnoffo dedica un capitolo anche a Concetta Mezzasalma, nota per avere promosso quella riforma agraria destinata a cambiare il volto dell’isola.

Nativa di Valledolmo, crebbe nella povertà sperimentando la durezza della condizione rurale. Si sposò giovanissima e rimase vedova con tre figlie a carico: una condizione di estremo disagio che però contribuì a far crescere in lei il senso della giustizia sociale.

Fu una dirigente di Confederterra Sicilia ed espresse con passione le rivendicazioni contadine nell’ambito di molte manifestazioni, combattendo spesso a fianco di altre donne e fu tra le fondatrici dell’Unione Italiana Donne di Palermo.

La “scena madre” del suo percorso sindacale reca la data del 9 marzo del 1950, quando, noncurante della presenza dei Carabinieri, issò bandiera rossa e guidò circa duemila braccianti che occuparono le terre di Prizzi.

Carismatica e trascinatrice, coinvolgeva nelle proteste tantissime donne, anche quelle gravide o che allattavano.
Un simile comportamento non poteva che destare il disprezzo dei padroni e dei preti che, per denigrarla, sottolineavano il suo stato di vedova allegra.

Lottò non tanto per arginare le calunnie che la riguardavano, ma anche e soprattutto per impedire che gli uomini potessero parlare male delle donne, per le quali voleva una vita migliore e più dignitosa.

Con la stessa intensità, combatté per migliorare la qualità della vita di tanti uomini, soprattutto contadini, affinché non sperimentassero più la fame e ritmi di lavoro propri degli schiavi.

È possibile affermare che, senza il contributo di questa straordinaria valledolmese, la distribuzione delle terra ai contadini non sarebbe mai avvenuta. Il suo ultimo gesto rivoluzionario coincise con una delle prassi più tradizionali nelle vita di una donna: il matrimonio.

Sposò infatti in seconde nozze ed ebbe un’altra figlia da Ignazio Drago , nipote del poeta Ignazio Buttitta, malgrado fosse più grande di lui di circa dieci anni: davvero anomalo, negli anni cinquanta e sessanta.

Se n’è andata nel 2009, lasciando in eredità una grande lezione al mondo sindacale.

 

*La redazione ringrazia l’autore Santi Gnoffo per l’opera di divulgazione storica condotta a beneficio delle donne siciliane e non solo

#donneemadonie