Ma perché parlarne ancora dopo il decreto del Ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, del 5 settembre 1997 che poneva formalmente in liquidazione coatta amministrativa la Sicilcassa, a cui fece seguito la dichiarazione di insolvenza del Tribunale civile di Palermo del 19 febbraio 1999 e proseguì con la sentenza della Corte di Cassazione del 22 febbraio 2018 che confermò la sentenza della Corte di Appello di Palermo del 31 maggio 2017.

L’argomento non ha più alcun interesse anche tra gli addetti ai lavori di allora figuriamoci per gli altri. Come si direbbe con una frase di moda, facciamocene una ragione ed occupiamoci di altro!

Anzi evitiamo i riferimenti anche indiretti a quella vicenda per la quale la Magistratura ha manifestato granitiche certezze sulle cause della crisi. L’argomento non scalda i cuori di coloro che lavorarono in quella banca, dei tanti che a seguito di vari accorpamenti adesso lavorano in Unicredit, degli altri che lavorano in altre banche o in altre branche.

L’argomento è stato espulso dalla cronaca e non ha ancora titolo per entrare nella storia, stante anche le forti connotazioni delle sentenze citate che ne delineano una attività tutta improntata ad una insana gestione bancaria.

Ma allora quale è il motivo che induce alcuni, molto minoritari per la verità, a seguire ancora oggi la vicenda di una banca che non potrà più ritornare in attività?
Escluso un interesse personale, ovviamente inesistente, rimane o “il dolce far nulla” o “ la rabbia covata”; si tratta di motivazioni inesistenti, troppo deboli se riferite ad un impegno continuato negli anni (cfr. per tutti il libro del settembre 2018 di Achille Gattuccio Storia del commissariamento e della liquidazione della Sicilcassa).

Vi è però un’altra più profonda motivazione, il dovere della libertà, di quella libertà morale di esprimersi e che nessuna forza umana può togliere. Quei pochi che ancora riflettono sulla Sicilcassa sono animati dallo sdegno, perché ritengono che ogni volta che è violato un principio di libertà e di giustizia, l’azione guidata dallo sdegno dovrebbe essere la naturale risposta dei cittadini. Ed invece spesso prevalgono l’indifferenza, la docilità perché lo sdegno è una passione difficile.

Quei pochi che ancora si occupano di una banca non più esistente hanno la passione di continuare anche quando tutti gli altri – colleghi, amici – dicono “ lascia stare, chi te lo fa fare, lascia che siano gli altri (solo gli avvocati difensori ) ad impegnarsi”.

Perché questa “morale” che consiglia di lasciar perdere, di aspettare che siano sempre gli altri ad impegnarsi rende impossibile la libertà morale  che è il fondamento di tutte le altre.

Non so se verrà mai squarciato il velo di misteri e di segreti che ha avvolto la liquidazione della Sicilcassa. Molto probabilmente qualcuno è venuto meno alla propria responsabilità di vigilare ed intervenire per impedire quell’indirizzo che ha  di fatto riguardato il credito in Sicilia.

La Sicilcassa, come il Banco di Sicilia erano parte integrante dell’economia siciliana, due travi portanti. Ora non c’è dubbio che se in una nazione dove devono esserci Regioni che producono e Regioni che devono solo consumare, ci si deve impegnare perché lo stato di fatto non muti. E così i poteri forti cercano, e trovano, i dirigenti meridionali scelti al più basso livello, in modo da trasformarli in ascari.

Vassalli pronti a sacrificare la propria terra e i propri conterranei pur di mantenere un posto al sole vicino ai potenti di turno. Gli ascari impediscono poi con ogni mezzo che i siciliani onesti, capaci, indipendenti assumano incarichi perché romperebbero il meccanismo.

E allora continuare a parlare e scrivere di Sicilcassa non è lo svago di sfaccendati nostalgici, ma diviene l’incoraggiamento a conoscere il passato per governare il futuro. Purtroppo, assistiamo invece all’abbandono della memoria storica. Il passato è condannato all’oblìo, o forse lo si vuole condannare all’oblìo affinché non si rifletta più sull’accaduto.

Sembra proprio che su questa banca sorta nel 1861 ci si impegni a far svanire anche il ricordo delle persone, degli eventi e delle cose, come sulle tombe abbandonate, sulle quali non si legge più neppure il nome del defunto. Il passato non ha diritti ma ricordare è un dovere che si lascia alle nuove generazioni affinché si mantenga viva la memoria degli uomini e delle cose (penso ai tanti illustri Presidenti e Direttori Generali della Sicilcassa, alle iniziative culturali , ed alle opere d’arte).

Non si tratta di riesumare un passato che non potrà più ritornare, ma ricordare non solo educa al sentimento della gratitudine ma può far mantenere vivo il desiderio impegnarsi a riflettere sull’importanza di un sistema creditizio al servizio dell’economia siciliana.

Forse a distanza di tanti anni quella “sincerità spregiudicata” di pochi può contagiare altri e sempre di più ci si potrebbe ritrovare in piena libertà a parlare di Sicilcassa.

Chi consiglia l’oblìo  invita all’ingratitudine che è considerata una delle maggiori forme di abiezione morale. Chi è ingrato nei confronti del suo passato lavorativo lo è anche nei confronti del suo presente lavorativo e non. Sarebbe utile che lo ricordassero tutti.

 

Riccardo Compagnino