Dopo Gangi anche Petralia Soprana è eletto Borgo più Bello d’Italia. La località certamente godrà dei benefici prodotti dall’eco mediatica, ma questi non bastano a programmare il futuro. Se non pensiamo ad un prodotto turistico le Madonie soccomberanno.
«Gangi è il Borgo dei Borghi 2014!». Correva il giorno 20 aprile, Licia Colò pronunciando quella frase riempì il cuore di gioia delle migliaia di gangitani, sparsi in tutto il mondo, ed anche dei siciliani.
Stessa cosa è avvenuta per Petralia Soprana il comune più alto del massiccio montuoso delle Madonie, nella lunga maratona televisiva del 24 novembre 2018.

Camila Raznovich, che ha condotto la tradizionale sfida tra i Borghi più belli d’Italia, dopo oltre due ore di trasmissione, ha dato il verdetto finale: «Petralia Soprana, Siciliaaaaaaaa».

Dal 25 novembre 2018 “A Suprana”, secondo il Club dei Borghi più Belli d’Italia, è la regina italiana, della Sicilia, quindi delle Madonie.
Venti, tra i 60 in gara, i Borghi selezionati per la finale, attraverso un sistema di voto on line che si è trascinato (questa volta a pagamento) fino alle ultime battute finali.

Il televoto pro Petralia ha tenuto testa finanche allo storico dell’arte Philippe Daverio, che ha presieduto la giuria “tecnica”, composta dal geologo Mario Tozzi e dalla modella svedese Filippa Lagerbak.

La Raznovich ha saputo esaltare la storia, l’arte le persone che animano i Borghi italiani, molti colpiti da un’irreversibile processo di desertificazione. Piccole comunità, “luoghi incantati” ed incomparabili per la qualità della vita e per la capacità di mantenere vive le tradizioni più antiche.
Petralia Soprana, con una popolazione censita a luglio 2018 di 3191 abitanti, ha avuto la meglio sul comune di Subiaco (Roma), che nello stesso periodo, secondo l’Istat, contava 8920 abitanti.
Questa è la cronaca, che si esaurisce con il fatto che nel comune “deluso” sono stati rinvenuti i resti della residenza dell’imperatore Nerone. Il borgo si è sviluppato proprio attorno alla villa imperiale.

Il successo gangitano del 2014 ha fatto inebriare tutti ed è riuscito a far perdere di vista, a tutti, il bisogno di consolidarsi e crescere. Il clamore mediatico sarebbe stato l’occasione per rilanciare il comparto turistico delle Madonie, quindi del settore più importante e vitale del paesaggio: l’agricoltura.
Ricordo a me stesso che il terziario si regge sul lavoro nei campi, altrimenti non ha futuro.

È giunto il momento di far prevalere l’onestà intellettuale e di chiedersi, fin da subito: il paesaggio madonita ha un sistema d’offerta e di servizi in grado di gestire i flussi ed evitare impatti negativi?

Mentre noi ci crogioliamo della vittoria altri paesaggi avanzano (non mi riferisco solo alla Sicilia, siamo nel villaggio globale, sveglia!) sono operativi, come afferma il fondatore della società di consulenza FTourism, Josep Ejarque, “puntano ad attirare il cosiddetto turista cosmopolita destagionalizzando e potenziando il turismo esperienziale”.

Il paesaggio madonita, come il resto della Sicilia a dire il vero, non ha investito sul digitale, non abbiamo una reputazione on line, dall’aprile 2014 – sarebbe dovuto essere il vero punto di svolta – non abbiamo colto tutte le occasioni che la globalizzazione ci ha offerto e ci offre ogni nano secondo.

Non abbiamo investito nelle reti d’impresa, non abbiamo un prodotto turistico. “L’efficienza, soprattutto nell’ambito del prodotto, – consiglia sommessamente Ejarque – del marketing e della commercializzazione passa per le reti d’imprese fondate sul legame e sull’identificazione non con un territorio, ma con uno specifico prodotto turistico”.

I nostri operatori del settore ricettivo (e non solo, la “rete” dovrebbe essere composta anche dall’artigiano) sono mai stati “integrati”?
Qual è la ragione per cui una famiglia svedese, piuttosto che Polacca, o del Canada dovrebbe raggiungere le Madonie?
Il crocifisso di Frate Umile, custodito nella basilica dei Santissimi Apostoli Pietro e Paolo, se pur di grande valore artistico, mi pare troppo riduttivo.

Le Madonie hanno bisogno di una governance operativa ed efficiente a cui affidare le sorti di questo paesaggio. 
Quella in carica, oltre ad emanare un odore acre di “branco”, non è stata capace di cogliere, tra l’altro, le opportunità date dai Distretti Turistici; il Consorzio Turistico Cefalù-Madonie-Himera (partecipato dai Comuni) è l’emblema del fallimento delle politiche di sviluppo del comparto turistico.

Un “branco” che ha anteposto gli interessi personali, dei propri amici e parenti rispetto al pensare un futuro radioso che questo angolo di Sicilia merita. Che si riunisce per discutere di “assetti societari da dare agli organismi sovra comunali in previsoni delle prossime scadenze”, per dirla in soldoni: che decide, al di fuori delle sedi istituzionali, chi deve ricoprire i ruoli apicali delle partecipate dei comuni.

Che ha fatto sfiduciare gli operatori economici, ridotti alla fame, letteralmente, per colpa della mancata attuazione di politiche di sviluppo, accentrate nelle mani di incapaci autoreferenziali.

Come riportato da MadonieNotizie (leggi: Le Madonie rifornite dagli elicotteri militari. Accadde domani) il paesaggio madonita ha bisogno, oggi più che mai, di “soggetti che facciano promo-commercializzazione e marketing in ottica di mercato” e chi scrive è perfettamente d’accordo con Josep Ejarque, a proposito delle figure di cui abbiamo bisogno.

I turisti vanno cercati, convinti e sedotti. Abbiamo bisogno di una leadership che non ha interessi personali: economici e “commerciali” sulle Madonie.
Che abbia una visione, che sia capace di ridare fiducia agli operatori economici, operativo e che sappia coordinarli.

Altrimenti finiremo come la rana, che nuota tranquillamente in un pentolone d’acqua fredda e che non si accorge che finirà semplicemente morta bollita. Vivendo, prima del punto di ebollizione, quella sensazione di gradevolezza legata all’intiepidimento dell’acqua.
Un po’ quello ch’è successo da aprile 2014 alle scorse ore e che potrebbe succedere nel prossimo futuro se non facciamo balzare la “rana” fuori dal pentolone.

A meno che, come afferma Noam Chomsky , nel libro “Media e Potere”, i resilienti madoniti non hanno scelto di rimanere “vittime, ignoranti e sprovvedute”.