Daphne Caruana Galizia era una giornalista d’inchiesta, che viveva e lavorava a Malta. Nel pomeriggio di lunedì 16 ottobre è stata uccisa nell’esplosione della sua auto, dov’era nascosta una bomba.
Un sergente di polizia, immediatamente dopo ha scritto su Facebook: “Ognuno ha quello che si merita”, definendo la valorosa blogger “letame di mucca”.
Matthew Galizia, figlio della coraggiosa donna, non ha usato mezzi termini: «Mia madre è stata assassinata perché era per lo stato di diritto contro chi vuole violarlo. Ecco dove siamo: in un Paese mafioso dove puoi cambiare gender sulla carta di identità ma vieni ridotto in pezzi se eserciti le tue libertà».

Intanto il premier maltese, Joseph Muscat, ha accettato di essere intervistato da Rai News 24 e ad Ilario Piagnerelli ha dichiarato: «Sarà fatta giustizia».

Daphne Caruana GaliziaSi difende, difende il suo partito ed il governo che rappresenta. Definisce Malta un’isola felice, ne approfitta squallidamente per fare promozione turistica. Parlarne. La strategia del governo maltese è non nascondere la storia sotto il tappeto.

Speriamo che non si nasconda la verità, quella verità per la quale Daphne Caruana è morta,  per dare alla sua gente un futuro migliore. Ha avuto la forza di raccontare e “di diffondere quello che qualcuno non vuole che si sappia”.
Ha scelto di non fare propaganda al sistema, lo stesso sistema che non l’ha voluta proteggere perché lei non l’avrebbe chiesto formalmente se non attraverso la pubblica denuncia sugli strumenti multimediali di cui disponeva. Ha pagato con la vita.

In altri posti si paga con l’isolamento, con la derisione. 
La nostra testata ha denunciato tanti fatti relativi al contesto madonita, certamente non dello stesso spessore e neppure con lo stesso coraggio della professionista maltese.
Dalle nostre parti da un ventennio è “in vigore” un sistema che va smantellato. Un sistema che ha gestito tutto ed il contrario di tutto, nelle segrete stanze e nelle sedi istituzionali, ed ha influito, esercitando un’insopportabile ingerenza, sulle scelte che hanno determinato il futuro prossimo venturo del nostro paesaggio. Quello delle Madonie.

Per spezzare la catena, che ha portato quest’area interna e disagiata della Sicilia alla desertificazione, c’è un solo modo.
Andare a votare. Non restiamo a casa, non annulliamo la scheda. Facciamoci contare. Dobbiamo far sentire la voce e dare un segnale forte ad una governance che ha prediletto parenti e amici, e ha fatto crescere solo quelli.

Non trovo alcuna differenza tra il sergente maltese e chi oggi esulta su una “verità”, legata ad un articolo giornalistico, che esalta una sentenza che inspiegabilmente si attende da oltre tre anni e viene divulgata in piena campagna elettorale.

GdS-sentenza-Cicero

Sentenza che una matricola universitaria al primo anno di giurisprudenza smonterebbe (ci ritorneremo nelle prossime ore).

Una “verità”, ostentata da un “fan” (uno dei tanti, per carità) che mostrerebbe “la miseria umana di chi ha fatto di tutto – i ricorrenti, soci del consorzio, che si sono rivolti ad un legale per far falere, legittimamente le prorprie ragioni, ndr – per bloccare un processo che ha richiesto anni di lavoro e fatica da parte di tante persone a vario titolo”.

Secondo il “sistema”, in servizio permanente effettivo da troppo tempo, se pur meno inquietante di quello maltese, la denuncia e l’espressione delle proprie idee corrisponderebbero  a calunnie, ad illazioni, al dileggio, all’alzata di polveroni, ad attacchi virulenti.

“Altre verità ci aspettano”, affermano i fans, ne siamo consapevoli.  Da queste parti è difficile dimostrare, con le prove chiare ed inequivocabili, anche fatti penalmente rilevanti.

C’è una “rete”, anche istituzionale, che protegge il sistema, lo stesso sistema che si sta proponendo alle prossime elezioni regionali per esprimere un candidato del “territorio”.

Non ci stancheremo mai di ribadirlo. Noi continueremo a chiamarlo paesaggio, perché lo vogliamo vivere, con delle regole diverse, chiare e trasparenti.

Il territorio lo viva, ma non lo governi (per carità!) chi ci ha fatto affari e aspira a rappresentarlo a Palermo o, se dovesse andare male, a Roma.
Ivi compresi i sostenitori, prossimi, che hanno goduto di ritrovarsi in questo ventennio accanto ai “re”, occupando poltrone ed essendo destinatari di incarichi, tutti con un’unica regia.

Ci chiediamo, sommessamente: cosa fanno gli inquirenti rispetto alla “gestione” di questo territorio? Pensano che sia veramente scevro da qualunque controindicazione?