Mentre a Roma si discute sull’emergenza incendi, la Sicilia viene espugnata dai piromani e dalla inadeguatezza delle amministrazioni comunali di imporre (senza se e senza ma) ai proprietari dei terreni di mantenere i fondi puliti.
In Sicilia mancano le autobotti ed il carburante per farli muovere. I siciliani (perché la responsabilità è di tutti noi! Troppo facile puntare il dito solo su Crocetta) negli anni abbiamo fatto in modo che i Paesaggi (territori) siano rimasti scarsamente organizzati.

Siamo noi che abbiamo fatto finta di niente. Ci indigniamo soltanto. Reagiamo duramente solo quando le fiamme lambiscono le nostre finestre o, nella peggiore delle ipotesi, distruggono il nostro “metro quadro” di spazio.

Tuttavia, gli incendiari “sono molto attenti (anche, ndr) al turismo. Dopo Cefalù si occupano di Taormina”, così scrive Franco Nicastro (Ansa) sul suo profilo Facebook.
Gli incendiari di occupano di tutto. Ma i politici romani e siciliani di cosa si occupano, oltre ad accusarsi a vicenda su cosa doveva essere fatto e non si è fatto per le più svariate ragioni?

Costoro hanno contezza dell’emergenza incendi quando le fiamme divorano il Paesaggio siciliano. Prima sono intenti a parlare d’altro. Non c’è tempo per la programmazione e per la prevenzione.

La politica dovrebbe considerare il Paesaggio come le banche o magari affidarne la custodia di questo immenso valore alle stesse. Solo così, forse, si salverebbe dalle bestie che ogni giorno tentano di desertificarlo.
Lo Stato non esiterebbe un solo istante a trovare la soluzione per “salvarlo”. Alla fine in Italia i soldi si trovano solo per ricostituire caveau delle banche, svuotati da tossiche gestioni.
Se inserissimo il Paesaggio siciliano nei libri contabili delle banche, per salvarlo, si troverebbero le risorse, senza indugio.

Cari lettori, da anni la Sicilia si trova di fronte anche a questa emergenza. Un’emergenza che ha fatto arricchire tante società del settore antincendio,  che ha dato lavoro (e pensioni) a migliaia di forestali, che ha dato la possibilità a tutti i politici di dire la propria e di farci rendere conto del contenuto esiguo dei discorsi.

Siamo in guerra da anni e, nonostante qualche piromane sia stato acciuffato, anche in fragranza di reato, alla fine dopo pochi giorni ce lo siamo ritrovati al bar, comodamente seduto o affacciato al balcone di casa a scontare un leggero stato di detenzione domiciliare.

Più che accusare la Sicilia di non avere ancora stipulato nessuna convenzione per dotarsi di elicotteri antincendio la Protezione Civile Nazionale dovrebbe stigmatizzare il comportamento di diversi amministratori locali che non sono in grado di far rispettare le ordinanze che impongono la manutenzione dei terreni.
Dovrebbe imporre al governo nazione di aprire i cordoni della borsa ed attuare tutte le azioni atte alla prevenzione ed alla repressione di chi attua azioni terroristiche.

Da queste “colonne”, negli anni, abbiamo più volte evidenziato che lo Stato è assente dai nostri Paesaggi. Che gli stessi non sono presidiati adeguatamente e che i terroristi del fuoco possono scorrazzare liberamente in quanto sono consapevoli che nessuno, per chilometri, li identificherà.

In Sicilia, lo ribadiamo, serve una nuova “Vespri Siciliani”, un’operazione di ordine pubblico come quella che si verificò dal 1992 al 1998, al tempo finalizzata al contrasto di un fenomeno vile ed altrettanto imperdonabile.
L’abbiamo scritto più volte e lo ribadiamo, in questa terra sfortunata urge l’intervento delle Forze Armate.
L’emergenza incendi sia considerata come la “guerra del Vespro”, lo Stato deve riprendere il controllo della Sicilia, gli “Angioini”, che si divertono a seminare panico e distruzione, devono sapere che questo Paesaggio non potranno più dominarlo.

Mentre ciò avviene, tra uno “#staisereno Gentiloni che a votare non ci andremo, almeno per il momento e la preoccupazione di essere ricandidato, qualche inquilino dei Palazzi romani si prenda la briga di proporre delle pene più severe per i piromani.

Che sia una “rivolta del lunedì di Pasqua”. Senza aspettare la prossima Pasqua però, qui brucia tutto.