“Ho lasciato i compagni, ho nascosto il cuore dentro le vecchie mura, per restare solo a ricordarti. Come sei più lontana della luna, ora che sale il giorno e sulle pietre batte il piede dei cavalli!”(Salvatore Quasimodo – Ora che sale il giorno)
Ieri sera in un cinema semideserto di una città del Nord Italia, insieme ad altri amici definiti dalle statistiche “migranti economici” ho visto il film di Ficarra e Picone L’ora legale. Il film è interamente girato nella mia città natale: Termini Imerese (PA). La distanza fisica ed emotiva dalla città d’origine m’inducono a delle riflessioni anche in base ai commenti negativi e sprezzanti dei pochi spettatori presenti in sala che, dopo aver riso di gusto per qualche ora, hanno concluso la loro esperienza dicendo: «ma come fanno a vivere così, che inciviltà!».
La trama del film è molto semplice: in una cittadina siciliana un sindaco corrotto elargisce favori agli amici degli amici. Il suo regno dura incontrastato da molti anni e la città che non governa è il regno dell’illegalità diffusa e del clientelismo più spudorato. Durante la campagna elettorale la guardia di finanza irrompe in comune e arresta il sindaco. Alle elezioni si presenta anche un professore di liceo dal volto buono e rassicurante, un padre di famiglia affettuoso e gentile, un uomo che incarna i valori più positivi. Anche grazie all’indignazione popolare e al bisogno di cambiamento, vince le elezioni e il giorno successivo alla sua elezione, introduce nel caos cittadino, regole, rispetto della cosa pubblica, giustizia sociale.
Qual è il risultato del suo operato? In pochi giorni, gli stessi elettori che lo hanno votato, si ribellano al nuovo corso delle cose e aiutati dagli eterni poteri forti della mafia, della massoneria, della chiesa, dei servizi segreti innescano una macchina del fango costruita ad arte che porta alle dimissioni del sindaco e al ritorno in grande stile del vecchio sindaco. Tutto riprenderà a scorrere come prima nel caos e nell’illegalità diffusa.
Se il film fosse stato ambientato in qualunque altro luogo del mondo, lo avrei catalogato come una pellicola leggera piena di amara ironia che tenta anche di far riflettere. Ma il mio giudizio in questo caso non può essere neutro perché questo film fa sanguinare la ferita dell’esule che vede la sua città da lontano, eppure l’ama come si amano i giorni felici perduti per sempre.
La città dove sono nato è solamente il regno dell’illegalità diffusa? La rappresentazione del film è volontariamente esasperata ed esasperante. Si deve cercare di uscire dalla logica cinematografica per cercare di capire più in profondità.
In questo momento Termini Imerese è una città commissariata. Il sindaco dimissionario che era stato eletto dai cittadini termitani con grandi speranze di cambiamento ha lasciato l’incarico in seguito alle accuse di peculato, truffa aggravata, falso in atto pubblico e abuso d’ufficio, per aver utilizzato, in diverse occasioni, l’auto comunale e le prestazione lavorative del suo autista, per scopi assolutamente personali e in danno dell’amministrazione comunale, nonché di aver utilizzato alcuni locali comunali, già affittati a privati e con locazione scaduta e mai rinnovata, per ragioni esclusivamente private.
Non conosciamo ancora gli esiti definitivi delle indagini della magistratura, e non è possibile escludere del tutto l’ipotesi che si tratti di accuse prive di fondamento. Di fatto, l’esito immediato di queste inchieste è stato quello di lasciare la città senza sindaco, in preda a uno sconforto totale.
Sconforto che deriva in massima parte da una grave crisi economica e sociale al centro della quale è da collocare la vicenda della chiusura dello stabilimento FIAT che dopo 41 anni di produzione è stato chiuso creando una desertificazione industriale spaventosa.
Perché è stata chiusa la fabbrica di auto che il 19 aprile 1970 fece uscire dai suoi impianti la sua prima Cinquecento? Le ragioni di Sergio Marchionne sono state: l’eccessivo costo di produzione (circa 1.000 euro in più rispetto agli altri impianti); debolezza produttiva dell’indotto (la maggior parte dei componenti arriva a Termini Imerese dalle altre fabbriche del Paese con grande dispendio di risorse); sito industriale di proporzioni ridotte con limiti produttivi e di sviluppo (50-60mila auto prodotte rispetto a una capacità effettiva di 100-120mila unità); ritardo degli investimenti degli enti locali. Nonostante le coraggiose lotte civili e i gesti di resistenza degli operai e delle loro famiglie, le ragioni della chiusura hanno prevalso su tutto il resto.
Oggi il futuro dell’area è molto incerto. La ditta che ha rilevato il sito produttivo stenta a fare ripartire la produzione e un piccolo gruppo di operai riassorbiti è impegnato in corsi di formazione. Attualmente, sembra del tutto impossibile, alla luce degli investimenti economici in campo, riattivare un sito produttivo che nella seconda metà degli anni ‘80 occupava 3.200 operai, oltre i 1.200 nelle aziende dell’indotto.
La crisi economica causata dal buco nero FIAT ha trascinato la città in un degrado sociale, economico e politico senza precedenti. Le responsabilità della FIAT sono enormi. Dopo aver per decenni assorbito finanziamenti pubblici e aver usufruito di un territorio che forniva manodopera docile e assetata di lavoro, senza, si badi bene, aver mai costruito una biblioteca, un centro anziani, una scuola, un impianto sportivo a sue spese, per poter contribuire alla crescita morale dei suoi operai, ha abbandonato il territorio senza preoccuparsi delle conseguenze sociali di questa scelta, nello stile del peggior capitalismo di rapina.
La FIAT ha creato a Termini Imerese un precedente pericolosissimo. Un precedente di deresponsabilizzazione con effetti di lungo termine su un territorio, prima reso dipendente e mono-produttivo con un altissimo livello di fidelizzazione dei lavoratori (la fabbrica è presto diventata un modello produttivo, ha riconosciuto lo stesso Marchionne) e poi totalmente abbandonato a se stesso esclusivamente per calcoli di profitto.
Molto del presente di Termini Imerese dipende dalle scelte antisociali una società con sede fiscale a Londra, sede legale ad Amsterdam e quotazione a Wall Street. Termini Imerese come città simbolo degli effetti perversi del neoliberismo economico.
La depressione economica aggrava tutti i germi negativi presenti nel corpo sociale. Un altissimo tasso di disoccupazione e un livello culturale basso della popolazione contribuiscono a creare un clima d’illegalità diffusa e un malessere sociale reale che abbassa la qualità di vita dei suoi abitanti. La presenza spesso invasiva di rifiuti – che il film mostra costantemente – causata sia dalle difficoltà economiche che da un comportamento poco rispettoso dei cittadini, esaspera la percezione di precarietà, insicurezza, malessere.
I giovani che possono allontanarsi dalla città per cercare un’opportunità di vita e di lavoro sono moltissimi e la città si sta spopolando delle energie più fresche. Termini Imerese è una città in difficoltà, complicata, difficile e crudele. Una città cannibale che divora i suoi figli migliori. Tuttavia, come in tutte le tragedie che si rispettano, esistono antagonisti al male, eroi del quotidiano, invisibili partigiani del bene.
Una parte della popolazione attiva nel sociale, nel volontariato, nella chiesa, nella politica, nella tutela del territorio, che ogni giorno lotta per un cambiamento in positivo, che ogni giorno cerca di fare del bene, svolgendo il proprio dovere con onestà e caparbietà. Insegnanti, medici, volontari, artisti, artigiani, uomini di cultura, ma anche ex operai, pensionati che lottano quotidianamente lontani dal clamore dell’evento cinematografico. Quella parte sana che nel film alla fine è sconfitta ma che noi sappiamo che vive e lotta affinché il male non abbia l’ultima parola.
Una parte della popolazione che fa antimafia senza salotti, educazione senza premi in denaro, politica senza poltrone, progresso civile senza clamore mediatico. È da questa radice esile e malferma che sta nascendo il futuro di Termini Imerese. Un futuro ancora incerto, difficile, precario.
Tra qualche mese ci saranno nuove elezioni per eleggere il nuovo Sindaco. Non sappiamo chi sarà eletto. Ma sappiamo di certo che dovrà fare molta fatica per rovesciare il corso negativo degli eventi. A quale prezzo? Nel film, il vento del cambiamento si scontra contro le oscure forze della passività, della violenza, del potere occulto. Oggi che la la “linea della palma” profetizzata da Sciascia ha ormai raggiunto le alte vette alpine e che la Questione meridionale è ormai integrata radicalmente in una più ampia Questione nazionale, da Termini Imerese non può che partire un segno di speranza per il futuro.

Un precedente positivo – di cui il film ricorda la pericolosità a livello nazionale – per una politica che continua a fare del Sud un enorme bacino di voti da comprare con facili promesse.
Il cambiamento è possibile ma non facile. Compito del futuro sindaco non sarà solamente quello di far applicale le leggi, ma di ricostruire una comunità, di dare avvio a percorsi di solidarietà sociale ed economica, di rendere ancora più scandalosa la miseria. Sarà necessario spirito di servizio e dedizione assoluta, ma anche molta attenzione ai dettagli, non concedendosi praticamente nessun privilegio che possa essere utilizzato contro di lui.
Quale sarà poi, il compito di tutti noi in esilio? Continuare a far risplendere il nome della nostra città in tutti i campi dove siamo impegnati oggi. Fare in modo che tutte le volte che si pronunci il nome della nostra città lo si possa associare facilmente a figure degne del massimo rispetto.
La bellezza dei tramonti di Termini Imerese – che il film ha esaltato – non ci salverà dal declino economico e morale, ma di certo, ci aiuterà a non cadere nello sconforto.
Dobbiamo continuare a lottare e a sperare per fare in modo che domani si possa parlare della nostra città non come l’esempio dell’immobilismo e dell’inciviltà ma come quel luogo da dove è partito un movimento di profondo cambiamento. Una scintilla di giustizia sociale che incendia tutta la prateria dell’immoralità di questo nostro Paese.
Insieme, con gli uomini di buona volontà, noi camminiamo.

A cura di Pietro Piro

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Pietro Piro