«Anche se dovesse uccidermi, a chi importerebbe? E quale peso avrebbe, per la società, l’ennesimo femminicidio?». Lidia Vivoli è arrabbiata, e non ha alcuna intenzione di fingere serenità né distacco.
L’uomo che, nella notte tra il 24 e il 25 giugno del 2012 ha riversato su di lei una violenza che, per intensità, è paragonabile solo a quella di un film splatter, tra un mese sarà libero: restituito al flusso delle strade, alla vita sociale, persino all’opzione di un’esistenza nuova.

La storia di Lidia, quarantasei anni il prossimo 16 ottobre, è di quelle che, solo a raccontarne la punta dell’iceberg, fanno tremare i polsi. Volendo banalizzarla, il suo percorso accidentato è stato, fino a qualche anno fa, quello di una donna bella e colta – studi classici, per approdare successivamente all’Accademia di Belle Arti di Palermo, dove si è laureata nel 2005 con il massimo dei voti – e con un matrimonio fallito alle spalle.

Lidia ha avuto anche un lavoro: assistente di volo presso la Wind Jet, la compagnia aerea italiana low cost inattiva dal 2012.
Fin qui, il ritratto di una trenta- quarantenne contemporanea: le cose iniziano a prendere una brutta piega quando la donna, reduce da una dolorosa rottura coniugale, incontra in occasione di una festa l’uomo che, all’inizio, si presenta come il compagno ideale, tra rose rosse, manicaretti, complimenti e un corredo di attenzioni tali da conquistare anche l’animo più indurito.

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È solo la lusinga di un’apparenza, che ben presto cede spazio alla gelosia estrema, alle ossessioni. Un’oscurità relazionale che Lidia non accetta, e che procede di pari passo con la disistima nutrita nei confronti del compagno, che ha alle spalle una separazione e dei figli: «non lavorava – spiega – ed ero io a pagare i conti al ristorante e i nostri viaggi».

Quasi una pretesa, per l’uomo, quello di condurre a spese della compagna una vita agiata senza muovere un dito: una sorta di atteggiamento risarcitorio nei confronti di una donna indubbiamente ricca di qualità, dinanzi alla quale forse riteneva di essere inadeguato.

La rabbia esplode in un appartamento di Santa Flavia, nei pressi di Bagheria dove, in una notte di inizio estate, quell’uomo che non amava più si è trasformato in un mostro, come la stessa Lidia ha raccontato a questa testata nel novembre dell’anno scorso (clicca qui per leggere).

Ripercorrere integralmente l’intensità di quella violenza forse non occorre: basta citare solo un particolare, quello del timpano che esplode a seguito di uno schiaffo.

Pugni, schiaffi, una padella di ghisa e un paio di forbici che si accaniscono: tutto è già stato raccontato in tv, dai giornali, nelle scuole, nei convegni. Paradossalmente, non è neppure l’orrore della violenza fisica che sconvolge, nella storia di questa donna, oggi madre di due amatissimi gemelli , un dono tanto bello quanto inaspettato come solo una maternità tardiva può esserlo per alcune donne, quelle alle quali la vita talvolta chiede scusa con un miracolo, nel tentativo di riparare ad una sofferenza talmente estrema da apparire , erroneamente, persino artata.

L’aspetto più atroce, in questa storia, secondo la protagonista, è la totale inadeguatezza del sistema giudiziario a tutela delle vittime: la prima falla, intollerabile, si manifesta con la misura cautelare degli arresti domiciliari.

Un beneficio assolutamente incomprensibile, che genera subito i primi effetti da parte dell’uomo, che appare intenzionato a vendicarsi e a riappropriarsi, nel modo più malsano che esista, della ex: la segue per strada e continua a picchiarla, un trattamento riservato anche al nuovo compagno di Lidia, il padre dei gemelli.

«Ho sempre voluto comprendere le ragioni di quella furia – spiega Lidia – e, per questo, sono stata persino criticata: ma, io dico, come si possono affrontare certe problematiche se non si capisce quale sia la loro origine?».

E non si è trattato delle sole critiche indirizzate ad una donna che, generosamente, invece di rimanere confinata nel proprio dolore, ha inteso mettere in guardia altre potenziali vittime: qualcuno, infatti, ha accusato Lidia di improbabili guadagni economici legati alle apparizioni televisive.

Non stupisce affatto se, a fronte di tanto cinismo, Lidia abbia sviluppato per gli animali un amore senza limiti, condiviso dal suo compagno di vita: i due ospitano nella loro casa 36 cani e 22 gatti strappati alla strada, malgrado le difficoltà economiche derivanti dalla comune condizione di disoccupati.

È dura, con due gemelli, con gli strascichi di spese contratte negli anni, con l’indifferenza di un sistema che non si preoccupa di garantire neppure un part time a chi è stato così dolorosamente provato dalla vita e ha denunciato, anche per le altre, anche in nome di tutte le altre vittime.

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E non è tutto.
«Occorre premiare le  donne che hanno il coraggio di allontanarsi dagli uomini violenti – spiega – e lo Stato deve tutelarle: sono promotrice di una petizione su www. change.org, che conta già più di trentamila sostenitori: la mia proposta è quella di creare liste di collocamento per assicurare un lavoro alle vittime di violenza, alle donne come “categoria protetta”». (clicca qui per firmare)

«Non solo un posto – precisa –  in cui andare a rifugiarsi nel momento della fuga, ma una vera a propria garanzia del nostro ritorno all’indipendenza, lontano da quegli uomini che ci vogliono morte».

Le firme raccolte saranno consegnate a Paolo Gentiloni e Laura Boldrini, rispettivamente presidente del Consiglio dei Ministri e della Camera dei Deputati, e al Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Giuliano Poletti.

Lidia oggi si chiede legittimamente e noi con lei, quali effetti abbia prodotto il carcere, in termini di imbarbarimento, sull’uomo che un tempo amava e che ha già manifestato propositi di vendetta.

Tra un mese, dunque, sarà libero. Lidia invece subirà ulteriori restrizioni alla propria libertà personale, e dovrà temere le conseguenze di una giustizia “ottusa”. L’unica speranza è che lui, grazie alla detenzione, sia diventato un uomo migliore e che abbia archiviato i propositi di vendetta.

O che, per chi ci crede, quel Dio al quale Lidia è devota e dal quale si sente miracolata, intervenga di nuovo, con il suo tocco salvifico. Ma non è certo su questo esilissimo filo di luce che una donna massacrata può basare la propria esistenza: «Non ho un lavoro, non sono tutelata».

Già: non ha un lavoro. Non ha tutele. L’Italia delle pari opportunità è servita.