“Vi sono regioni in cui il quadro impiantistico è molto carente o del tutto inadeguato; è il caso della Sicilia, dove i rifiuti urbani smaltiti in discarica rappresentano ancora l’80% del totale dei rifiuti prodotti (1,8 milioni di tonnellate di rifiuti)”. Lo afferma il “Rapporto rifiuti urbani 2017” realizzato dall’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale).
La Sicilia è totalmente sprovvista d’impianti d’incenerimento operativi e la raccolta differenziata “pur mostrando una crescita passando dal 12,8% del 2015 al 15,4% del 2016, rimane ancora al di sotto del 20%”. Intanto il Veneto totalizza il 72,9% e il Trentino Alto Adige il 70,5%.

É questa la cornice desolante in cui va inscritto il vertice romano di mercoledì scorso (il 29 novembre) e da cui è emersa la richiesta del ministro dell’Ambiente, Giampiero Galletti, di portare i rifiuti fuori dalla Sicilia e contemporaneamente iniziare a bruciare una parte dell’immondizia che non potrà più andare in discarica, facendo ricorso – riportava il Giornale di Sicilia – agli unici impianti che possono funzionare come dei termovalorizzatori, i cementifici.

Richiesta momentaneamente congelata in quanto ieri pomeriggio (6 dicembre), nel corso di un lunghissimo incontro che il presidente Musumeci e l’assessore Vincenzo Figuccia hanno avuto a Roma, “il governo regionale ha strappato al ministro dell’Ambiente, Giampiero Galletti, l’impegno per varare una proroga dei poteri speciali che permetteranno di tenere aperte le discariche siciliane anche oltre il 15 dicembre” scrive il Giornale di Sicilia.
Prima del 15 dicembre, dunque dovrebbe arrivare una proroga di tre-quattro mesi.

Intanto Figuccia su “La Sicilia”, commentando l’iniziale scadenza al 15 dicembre, dichiarava: Stiamo lavorando a un piano serio di riordino del sistema di gestione del ciclo integrato dei rifiuti, ma non abbiamo la bacchetta magica. Serve più tempo”.

Tempo che i siciliani si augurano verrà impiegato bene per porre un argine a un’atavica mal gestione. Cosa succederà nei primi mesi del 2018 alla scadenza della proroga?
Si ripresenterà l’urgenza di ricorrere ai cementifici? L’Isola si doterà d’impianti di incenerimento con recupero di energia? Faremo “espatriare” una percentuale dei nostri rifiuti e pagheremo la contestuale “fattura”?

È presto per dirlo ma una cosa è certa: Roma non accetterà che l’Isola continui a conferire in discarica l’80% del totale dei rifiuti prodotti e qualcosa dovrà pur muoversi, delle scelte andranno fatte.

L’utilizzo dei tanto discussi cementifici preoccupa, e non poco, lo scienziato Agostino Di Ciaula, coordinatore del comitato scientifico dell’Associazione Medici per l’Ambiente (ISDE Italia) che in un articolo apparso sul Corriere della Sera del lontano giugno 2015 dichiarava: I cementifici sono impianti industriali altamente inquinanti: per gli inquinanti gassosi i limiti di emissione dei cementifici sono da 2 a 9 volte maggiori rispetto a quelli degli inceneritori classici mentre per diossine e metalli pesanti i limiti sarebbero gli stessi”.
I cementieri, dal canto loro, sostengono che “il co-incenerimento del CSS (il combustibile solido secondario. Un tipo di combustibile derivato dalla lavorazione dei rifiuti urbani non pericolosi e speciali non pericolosi) non può che portare ad un abbattimento  complessivo delle emissioni e non presenta alcun rischio per la salute dei cittadini”.

La soluzione di portare fuori dall’Isola parte dei rifiuti non è di certo una scelta economica: il costo del conferimento all’estero o in altre regioni si aggira tra 160 e 200 euro a tonnellata, cioè tra 60 e 100 euro in più a tonnellata rispetto alla media stimata nell’Isola, come riporta Rosario Battiato sul Quotidiano di Sicilia del 9 novembre scorso.

I rifiuti potrebbero trasformarsi in risorsa e produrre energia per le nostre case e le nostre imprese. Si fa un po’ ovunque in Europa e anche in diverse regioni italiane ma anche in questo caso non mancano pareri discordanti sui risvolti per la salute umana.

Il Governo nazionale tre anni fa ha chiesto all’Isola, tramite decreto, la valorizzazione energetica di 600/700 mila tonnellate di rifiuti l’anno in due termovalorizzatori (poi passati a sei di dimensioni ridotte) con una raccolta differenziata pari al 65% ma la Regione ha fallito l’obiettivo.

L’Ispra sottolinea che “analizzando i dati relativi alle diverse forme di gestione messe in atto a livello regionale si evidenzia che, laddove esiste un ciclo integrato dei rifiuti grazie ad un parco impiantistico sviluppato, viene ridotto significativamente l’utilizzo della discarica.  In particolare in Friuli Venezia Giulia, Lombardia lo smaltimento in discarica è ridotto al 4% del totale di rifiuti prodotti, in Veneto al 10% ed in Trentino Alto Adige al 13%.  Nelle stesse regioni la raccolta differenziata raggiunge rispettivamente le percentuali del 67,1%, 68,1%, 72,9%e 70,5% e, inoltre, consistenti quote di rifiuti vengono trattate in impianti di incenerimento con recupero di energia”.

Se l’orizzonte riciclo appare, dunque, inevitabile e auspicabile meta per la soluzione di una gestione dei rifiuti che per anni è stata emergenziale, appare altrettanto evidente che l’Isola (passando dal 12,8% del 2015 al 15,4% del 2016 di percentuale di raccolta differenziata in 12 mesi) non può di certo sperare in incrementi di differenziata miracolosi in qualche mese.

La Sicilia deve cambiare rotta, l’emergenza va gestita con misure straordinarie e d’impatto immediato ma dovrà fare i conti con un’opinione pubblica divisa e spesso preoccupata dalle altre papabili soluzioni.