Assolto dal giudice monocratico del Tribunale di Termini Imerese, con sentenza del 25 settembre 2017, Domenico Rancatore. Insegnante di educazione fisica, “consigliere” della costa di Trabia e figlio di Giuseppe Rancatore, reggente e capomafia negli anni ’90, durante gli anni della latitanza aveva accumulato oltre 130 mila euro. Condannato definitivamente a sette anni di carcere per associazione mafiosa è latitante da 19 anni. Nel 2002 il suo nome è stato scritto tra i ricercati più pericolosi.

Venne rinviato a giudizio perché aveva omesso di comunicare le variazioni patrimoniali del suo conto corrente che superavano i dieci mila euro. La Guardia di Finanza aveva accertato che presso la Banca Nazionale del Lavoro di Termini Imerese era acceso un conto corrente bancario dove mensilmente veniva accreditata una pensione di mille euro ed una successione ereditata dal padre deceduto nel 2009. I movimenti però non erano stati mai comunicati, come previsto dalla norma e, per questo, parte il processo.

Nel marzo 2015 Domenico Rancatore ha ottenuto, dalla Corte di Appello di Palermo, il riconoscimento della maturata prescrizione della pena. La difesa ha sostenuto che nel periodo in contestazione (dal febbraio 2000 fino al febbraio 2010) l’imputato era rimasto in stato di latitanza all’estero tanto da aver maturato il titolo della prescrizione della pena. «Il mio assistito –  ha affermato l’avvocato del boss Salvatore Sansone – non ha mai avuto, ne avrebbe potuto avere, accesso al patrimonio di cui avrebbe dovuto comunicare la variazione. Per quanto attiene alla successione ereditata, il mio cliente non ha mai accettato l’eredità del padre. Il fatto, insomma, non sussiste»