La tragica vita dei minatori, tra stenti, oscurità, sacrifici estremi e malattie causate dal lavoro.  A raccontarla è una delle scrittrici e poetesse  più talentuose e  poliedriche del panorama contemporaneo, Sara Favarò, che firma la regia di “Dal ventre della terra”, atto unico teatrale che andrà in scena sabato 26 alle 22 a Caltavuturo, in piazza Papa Giovanni XXIII, nell’ambito del cartellone estivo proposto dall’amministrazione comunale.

«I minatori – spiega Favarò, nativa di Vicari ma palermitana di adozione, trasversalmente impegnata in ambito artistico, giornalistico e studiosa di tradizioni popolari – vivevano una vita grama e, quando avevano la sventura di morire nei luoghi di lavoro, non ricevevano mai l’onore delle esequie funebri cristiane da parte della Chiesa: neppure un rintocco di campana in loro onore».

Una manifestazione di disprezzo intollerabile, che “Dal ventre della terra” denuncia anche se, come precisa la stessa regista, il “je accuse” era già contenuto nel testo originario della celeberrima canzone siciliana “Vitti ‘na crozza”.

Un brano che, purtroppo, è stato oggetto di manipolazioni discografiche che ne hanno alterato l’essenza: l’allegro “larallallero” venne infatti aggiunto successivamente.

Il canto è sì una protesta ma, al contempo, un’invocazione a Dio e alla Madonna affinché accolgano le anime dei poveri minatori orbati del conforto della Chiesa.

«Il divieto – spiega la regista – smise di esistere a seguito della coraggiosa presa di posizione di un prete che, ignorando le direttive, scese addirittura in miniera per onorare, con una messa, i minatori morti a seguito di uno scoppio avvenuto a Lercara Friddi».

Un tema “forte”, quello dello spettacolo,  schierato  contro il divieto della Chiesa, riservato altresì ad attori, comunisti, omicidi e suicidi  e trattato dall’autrice con rigore e sensibilità: il ruolo della “crozza”, ovvero il teschio del minatore morto sul lavoro, è affidato ad uno dei più bravi attori siciliani dell’attuale panorama teatrale, Enzo Rinella, che,  in un lungo monologo , racconta al pubblico il dramma subito in vita da emarginato e poi, da defunto, perché aveva vissuto sotto terra lavorando lo zolfo che, secondo una credenza diffusa, era riconducibile a Satana.

Il monologo è intervallato da canti che esprimono preghiera, supplica e denuncia, spaziando dalla dimensione sacrale e lirica a quella della tradizione popolare: ad interpretarli sono il soprano Marta Favarò e la stessa Sara che, nel cuore dello spettacolo, leggerà anche tre sue poesie.

Il lavoro teatrale, della durata complessiva di un’ora,  si apre e si chiude con due diverse interpretazioni di “Vitti ‘na crozza”: quella iniziale è la versione discografica incisa nel 1951 e cantata dal suo primo interprete, il tenore Michelangelo Verso, quella finale è invece la rivisitazione della canzone composta dal maestro Antonio Pappalardo, che eleva il semplice motivo trasformandolo in una sinfonia per orchestra e voci, contrassegnata da vibranti armonie.

Favarò e Rinella, saranno accompagnati dai maestri Marta Favarò e da Alessandra Pipitone, rispettivamente soprano e pianoforte: tutti gli artisti fanno parte del gruppo Arte Sikelia.

Le foto di scena sono tratte dal film “Rosso Malpelo” di Giulio Azzarello, le opere grafiche sono a cura di Piero Favarò mentre l’ elaborazione delle immagini è stata realizzata da Mariangela Porretto di Medialika Palermo.

                                                                                           Marianna La Barbera