Uno spettacolo dall’atmosfera beckettiana, di grande impatto visivo e coinvolgimento emotivo, che affronta un tema difficile senza banalità e luoghi comuni, con un linguaggio poetico e visionario e che riesce a porre quesiti e sollevare dubbi. Continua la stagione teatrale “Nella poesia l’oro” del teatro Zeta venerdì 24 e sabato 25 alle 19 e domenica 26 alle 21. Appuntamento presso i locali dell’Officina teatrale Zeta – circolo Arci in via Albergo Santa Lucia a Termini Imerese dove andrà in scena “Fumu e sangu e acqua di mare”, scritto da Piero Macaluso.

Uno spettacolo incentrato sul tema della migrazione, sulla Sicilia e su alcuni aspetti caratteriali del nostro essere siciliani, con Maria Grazia Cannavò, Sergio Monachello e Piero Macaluso. La regia è firmata collettivamente dal gruppo e si avvale dell’assistenza di Simona Indovina. La rappresentazione inizia con una notizia sentita alla radio, minatori migranti siciliani, morti in una miniera belga, raccontata attraverso una poesia di Buttitta, memoria storica e voce poetica che sull’argomento ha scritto pagine immense e permette di fare un parallelo tra il modo di vivere la migrazione in passato e adesso.

In scena due personaggi: U poeta e U nirbusu, due aspetti estremi della sicilianità, ma anche esempi di quell’involontaria capacità di fare poesia negli aspetti quotidiani e il lasciarsi scorrere addosso eventi, con un senso della fatalità, derivata probabilmente dall’antica appartenenza alla Magna Grecia e al senso di destino implacabile e non controllabile dalle umane cose. Tra le riflessioni dei due, forse ospiti di qualche casa di cura, si incunea un personaggio, l’infermiera che, attraverso un linguaggio poetico e visionario, racconta storie, senza intaccare minimamente il loro tranquillo vivere e il loro dialogo interiore.

«Questo testo – spiega Piero Macaluso -, riporta suoni e frasi della strada, dei mercati, il gesto è esagerato, drammatico, plateale tipico di una esasperazione comunicativa tutta siciliana che porta il livello di comunicazione sempre ad un passo dalla tragedia, per poi sciogliersi in un “pigghiamuni un caffè, ca nenti c’è”, un nulla di fatto o un alzata di spalle, un immobilismo che spesso genera una stasi nella crescita sociale di un territorio di una bellezza unica.»